Tecnocrazia e informazione
Un problema di linguaggio
di Luca Neri
Leggendo un manuale d'informatica , un articolo di economia finanziaria, o il foglietto illustrativo di un comune medicinale, ci si imbatte in una scoraggiante sequela di nomi incomprensibili.
L'automatizzazione dei processi produttivi e lo sviluppo dell'informatica hanno, da un lato, generato la centralizzazione del controllo nelle imprese e, dall'altro, espropriato il capitale dal suo ruolo dirigenziale.
La prima asserzione è facilmente giustificabile considerando ad esempio che i computers offrono facoltà illimitate di elaborazione attraverso le quali l'uomo seduto nella stanza dei bottoni può gestire e confrontare un ampio ventaglio di dati e prendere decisioni, in modo relativamente indipendente, ottimizzando lo sfruttamento delle risorse; la seconda è diretta conseguenza della prima: se infatti tutti i settori dell'azienda, dal reperimento delle materie prime al marketing e alla distribuzione, sono sottoposti al vaglio dei tecnici, agli investitori non rimarrà che scegliere un'équipe di "esperti" cui affidare il compito di definire le strategie dell'impresa.
La prima importantissima conseguenza di questi fatti è il mutamento dei rapporti tra le classi sociali: scompare la soggezione personale ( imprenditore-dipendente ) e si afferma quella impersonale all'ordine "oggettivo" delle cose ( il mito del mercato globale, dell'infallibilità della tecnica, ecc.). La forza liberatrice del totem tecnologico si trasforma così in un ostacolo all'affrancamento, in una "strumentalizzazione" dell'uomo, nell'accezione letterale del termine.
L'unica stratificazione che rimane in vita è quella tra pianificatori e pianificati; Lapierre dice: "Come quegli accademici che vogliono un'Università senza studenti, il tecnocrate sogna una società senza cittadini".
Il fine ultimo di una società così strutturata non può essere che lo sviluppo, al cospetto del quale ogni altra istanza si deve piegare. In quest'ottica la democrazia si riduce ad una opzione tra élites politiche che hanno gli stessi scopi fondamentali (lo sviluppo del mercato): le vecchie distinzioni tra i partiti e tra i grandi modelli politici perdono via via significato. Per queste ragioni è sempre più difficile discriminare il limite tra base materiale e sovrastruttura ideologica del nostro sistema sociale: la creazione di un nuovo modo di vivere, centralizzato, amministrato, spoliticizzato dà origine a nuove forme di pensiero che rinforzano l'ideologia dominante attraverso un circolo autorigenerante senza soluzione di continuità.
Il controllo sociale quindi, non dipende in modo diretto dalla volontà dei tecnocrati di creare un mondo dominato da un'élite di manager scienziati, ma dalla necessità di ottimizzare le risorse umane. L'occupazione del tempo individuale, praticata attraverso l'organizzazione del lavoro e la continua proliferazione delle offerte (che diventano immediatamente bisogni socialmente riconosciuti), e le limitazioni alla diffusione delle informazioni dovute all'uso del gergo tecnico, sono meccanismi che, nati per migliorare la produttività (occupazione del tempo), allargare il mercato reale "inventando" nuove nicchie di consumo (moltiplicazione delle offerte), rendere più veloce e precisa la comunicazione scientifica, finiscono per limitare le nostre possibilità di comprensione e di azione.
Se ripensiamo al punto da cui siamo partiti (gli articoli di finanza e i fogli illustrativi delle medicine) ci rendiamo ora conto di come spesso siamo tagliati fuori dalle decisioni che riguardano il nostro stesso futuro. In questo ultimo periodo il dibattito sull'autodeterminazione individuale ha avuto grande slancio nel campo giuridico con particolare attenzione all'applicazione nel settore medico sanitario, producendo una serie di norme che si rifanno al principio di autonomia e che hanno condotto alla formulazione di un nuovo vincolo sociale: il consenso informato. Viene così sancito il diritto del paziente a disporre della propria salute attraverso l'esercizio della volontà; in altre parole: il consenso del paziente è condizione necessaria a che il medico possa agire.
Se proviamo ora a chiederci in quale misura un cittadino possa valersi di questo nuovo diritto, dobbiamo ammetterne una certa impraticabilità. Sebbene la legge ci garantisca molte importanti tutele, spesso i vincoli sociali che ho precedentemente descritto, ne svuotano il contenuto.
L'affermazione del consenso informato richiede, perché questo sia fruibile, il riequilibrio del rapporto medico - paziente (tecnocrate-cittadino) che ad oggi è chiaramente sbilanciato: per primo perché chi si rivolge alle cure è in stato di necessità e per secondo perché il divario cognitivo fra le due parti è quasi sempre molto ampio. L'unico parametro della relazione sul quale si possa intervenire è il gap di competenze fra paziente e medico, visto che la soggezione dovuta allo stato di necessità è ineliminabile. Con questo non si vuole dire che l'informazione debba colmare la differenza di conoscenze tecniche, ma che il suo scopo sia quello di ovviarvi illustrando i criteri e le ragioni dell'atto medico e i suoi possibili esiti.
Gran parte di questo obiettivo dev'essere raggiunto all'interno della relazione medico-paziente nella quale devono emergere in modo chiaro i rischi e i possibili benefici correlati alle diverse opzioni terapeutiche. Nel perseguire questo risultato il medico dovrà attenersi allo "stato attuale dell'arte", intendendo con questa espressione l'insieme dei percorsi clinici consolidati. In realtà, lo stato della medicina è in continua evoluzione e frequentemente le tematiche più complesse sono oggetto di controversie.
Inoltre i problemi della salute sono sottoposti ad una sempre crescente mercificazione ed è, per i profani, difficile orientarsi.
La conoscenza dei fondamenti metodologici e teorici, delle finalità e degli ambiti della scienza medica è un presupposto essenziale per comprendere queste situazioni; ad esempio: in un contesto di maggior consapevolezza la vicenda "Di Bella" avrebbe probabilmente assunto un tono molto diverso e non avremmo assistito agli eccessi che tutti conosciamo e che hanno invaso per molti mesi le cronache del nostro paese.
Un opera di decodificazione, di sintesi e di divulgazione dei risultati scientifici che, al di là dei singoli progressi tecnici e sperimentali, consenta ai profani di individuare le caratteristiche qualitative del progresso, è un atto doveroso nelle società moderne.
Non si tratta qui di medicalizzare la società, come sarebbe facile pensare, ma, permettetemi lo slogan, di socializzare la medicina.
Mi piace pensare come C. Piecre, pensatore statunitense vissuto a cavallo tra il XIX e il XX sec. e interessato a studi di semiotica, che per sua stessa natura la conoscenza e il suo progredire siano fenomeni collettivi, non individuali. Soltanto nel lungo corso della storia si riconosce il convergere della conoscenza con la verità, e solo partecipando a quest'impresa collettiva si può contare su questa certezza.
Un'ultima considerazione vuole fugare i dubbi sulle effettive possibilità di traduzione del linguaggio tecnico: A. Einstein diceva che nessuno scienziato pensa con formule e per questo i principi fondamentali possono essere spiegati con le parole, attraverso un linguaggio "popolare" che faciliti la comunicazione tra l'uomo di scienza e la società.