Superstizioni
critica a credenze nascoste
di Cristina Squarcia Giussani
E' difficile scorgerla: nella facoltà di Medicina serpeggia silenziosa, sciolta nell'ombra dell'inconsapevolezza, una temibile superstizione.
Si tratta del pregiudizio ("pre-" perché formulato prima di una consapevole analisi) che "la Medicina" non possa essere appresa in soli 6 anni: sarebbe bensì necessaria una ulteriore prolungata esperienza in ambito clinico. Sembra diffusa la convinzione che il Curriculum di Medicina debba essere naturalmente insufficiente alla formazione di un medico che sia in grado di assolvere ai suoi principali compiti (distinguere i sani dai malati, fare diagnosi, terapia, formulare prognosi, prevenire, orientare i pazienti alla riabilitazione, assistere il morente, aggiornarsi e via dicendo).
Come si spiega la diffusione di quest'idea?
Credo che gli elementi siano principalmente 2:
1) l'incommensurabile insieme di conoscenze di cui il medico dovrebbe entrare in possesso,
2) la diffusa convinzione che il vero medico sia colui
che abbia acquisito un formidabile strumento, quasi soprannaturale: l'Occhio
Clinico.
Naturalmente sarebbero necessari innumerevoli lustri di attività...
Mi sembra che sei anni rappresentino un'estensione di tempo non indifferente: credo che potremmo pretendere di essere, alla laurea, in grado di operare responsabilmente e autonomamente.
E' certamente vero che "le conoscenze mediche " sono senza fine (soprattutto perché in continuo mutamento): così vero che ci si stupirebbe se qualcuno pretendesse di abbracciarle tutte in un qualunque momento della propria vita.
Un curriculum di Medicina, dopo essersi prefissato un obiettivo (la preparazione di un medico di base, per esempio), dovrebbe essere in grado di selezionare e scegliere conoscenze e competenze necessarie... Tra queste, forse la prima, la capacità di continuare a curare la propria preparazione negli anni a venire grazie a strumenti per valutare i risultati che la letteratura continuamente ci propone, ma soprattutto grazie ad una mente ancora curiosa.
La nostra curiosità è una delle prime vittime della facoltà che frequentiamo, insieme all'autonomia nel saper curare il nostro personale sapere.
Quanto di quello che abbiamo studiato è stato selezionato, progettato, ed in vista di quali obiettivi? Si potrebbe per esempio analizzare il programma di Anatomia Umana (magari alla luce degli studi successivi) ponendosi queste domande. Sia chiaro, non ritengo che si debba conoscere solo ciò che è di immediata utilità clinica, ma non è la facoltà di Medicina a doverci dire tutto: la somministrazione aspecifica di nozioni nella massima quantità possibile non è la giusta via.
Veniamo al secondo ostacolo: cosa si intende solitamente con "occhio clinico"? l'Arte (l'intuito),solitamente non comunicabile ad altri, che matura dopo una lunga esperienza in ambito clinico.
La pratica clinica è un momento imprescindibile nella formazione di un medico: essa permette di imparare a "tradurre" la multiforme realtà in termini medici, a ricondurre ai "modelli", ai paradigmi (alla Scienza) appresi sui testi, la particolarità, l'unicità della persona (il paziente) con il suo disturbo, manifestato, vissuto e raccontato in personalissimo modo.
Permette altresì di imparare ad esercitare il ragionamento clinico e soprattutto di riconoscere i limiti dei diversi procedimenti logici utilizzati.
Noi abbiamo la possibilità di frequentare reparti per 3 anni , e gli studenti del nuovo ordinamento (ora al 1° anno) si occuperanno di clinica già dal 3° anno: si tratta di molto tempo.
Purtroppo spesso, in maggiore o minore quantità, è tempo perso: raramente l'attività didattica si propone di offrirci, anziché informazioni facilmente reperibili sui testi, un metodo (decisionale, scientifico, di valutazione, di comunicazione) con cui affrontare il caso clinico, organizzare le informazioni, orientare il nostro giudizio, rivederlo, decidere se e come intervenire ... in breve, offrirci la Scienza dell'Arte dell'occhio clinico[*].
Raramente il docente si pone come mediatore tra il nostro esperire ed il nostro conoscere, aiutandoci a relazionarli l'uno all'altro.
Mettendo da parte opinabili superstizioni, credo sia realizzabile una facoltà molta diversa dalla nostra, probabilmente più ambiziosa, sicuramente meno fumosa, confusa, non più teatro di una didattica i cui fini spesso non sono chiari a nessuno: non agli studenti (per i quali comunque vige l'obbligo di frequenza), non ai docenti, talvolta inconsapevoli del proprio ruolo e di quello del loro corso all'interno della nostra formazione.
Perché queste riflessioni?
In queste settimane la Commissione Curriculum (un gruppo di lavoro del CCL [**] costituito da una quarantina tra docenti e studenti) si sta occupando della revisione dei programmi d'esame per il nuovo ordinamento: si tratta di un momento critico, perché significa ridefinire gli obiettivi che il corso di laurea si pone (che laureato formare? quale medico? con quali competenze? e attraverso quali strumenti didattici?).
I programmi d'esame, e dunque anche la fisionomia dei corsi, potrebbero essere radicalmente modificati, per esempio il corso di Anatomia potrebbe avere un orientamento più topografico, svolgersi attraverso esperienze di dissezioni ed osservazioni dirette, accantonare quell'approccio sistematico di analisi del singolo muscolo e del singolo vasellino per favorire viceversa una conoscenza maggiormente orientata alla clinica, al sintomo, alle vie di diffusione di un processo patologico...avete mai notato come sono diverse l'anatomia del Balboni e quella, seppur talvolta altrettanto particolareggiata, richiamata dai clinici a lezione?
Si potrebbero avere corsi in cui esiste una parte "monografica", in cui ognuno di noi approfondisce un argomento imparando così a ricercare, a costruire autonomamente il proprio sapere, ad esprimere i propri interessi, oppure corsi svolti interamente in reparto (senza lezioni ex-cathedra).
Progettare un corso di laurea in Medicina è estremamente complesso; ed è tanto più difficile quanto più radicali sono i mutamenti che si vogliono portare. Il livello di autonomia professionale alla laurea è solo una delle tante decisioni che in questa rielaborazione del curriculum verranno, più o meno consapevolmente, prese.
Quel che non deve succedere è che per aggirare l'ostacolo dell'estrema complessità del lavoro, si decida di rivedere i programmi singolarmente, corso per corso, rinunciando alla formulazione di un progetto organico e portando ancora una volta ad un corso di laurea in medicina frammentato, inconsapevole, nocivo come quello che stiamo frequentando noi. Per ora, tutto è possibile...i giochi sono aperti.
[*] Sackett, D., Epidemiologia clinica, Centro Scientifico Torinese, Torino 1988.
[**]CCL: il Consiglio di Corso di Laurea
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