Il paziente medico di se stesso

Riflessioni sul nuovo corso elettivo introdotto a Monza

di Silvia Bignamini

 

 

"…il Corso di Laurea intende garantire,…un ampio spettro di esperienze formative sia in ambito ospedaliero che ambulatoriale che territoriale così da fornire allo studente un sufficiente grado di sicurezza e di consapevolezza delle proprie capacità, nonché di conoscenza dei contesti sanitari nei quali egli si troverà a operare"

"…poiché il profilo del laureato delinea una figura professionale aperta oltre che ai tradizionali interventi in ambito ambulatoriale e territoriale, è cessario che la formazione preveda momenti di esperienze presso gli studi dei medici di famiglia".

Quanto sopra riportato è stato tratto dalla Carta della Formazione del medico formulata dal Consiglio di Corso di Laurea di Milano e approvata dal Consiglio di Facoltà nel Luglio 1997.

Solo ora, Ottobre 1999, e solo nella Facoltà di Monza finalmente si è passati dalla teoria ai fatti: è stato istituito il Corso Elettivo dal titolo "La frequenza negli ambulatori della medicina generale, un ponte fra la medicina come scienza della natura e come scienza umana". Il corso è rivolto attualmente ad un numero massimo di 30 studenti che frequenteranno l’ambulatorio di un medico di famiglia una volta alla settimana per 6 settimane, per un monte ore complessivo di 18 ore ( in media 3 per seduta).

Ciò che rende questo fatto davvero importante è che l’iniziativa è nata dalla collaborazione fra studenti e medici di medicina generale e solo in un secondo tempo è stato approvato dal Consiglio di Facoltà come corso elettivo.

Per capire il tipo di lavoro che ha portato a questo risultato occorre risalire a circa tre o quattro anni fa quando presso il Polo di Vialba nasceva la prima esperienza di frequenza di ambulatori di medicina generale grazie alla collaborazione di un gruppo di studenti appoggiati dal Prof. Piergiorgio Duca con un gruppo di medici di famiglia della zona.

Due anni fa anche alcuni studenti di Monza hanno sentito tale esigenza e, non trovando alcun docente di Monza disposto a seguire il progetto, si sono inizialmente appoggiati al Prof. Duca, per poi raggiungere nel tempo un’autonomia organizzativa permessa dalla disponibilità del Dott. Vittorio Caimi e della Dott.ssa Marina Bosisio, medici di famiglia di Monza, che hanno creato una rete sempre più numerosa di medici della zona interessati al progetto.

L’organizzazione dell’iniziativa presso gli studenti è stata portata avanti dal Collettivo Panoramix che ha garantito a tutti i richiedenti del sesto anno e a quasi tutti quelli del quinto la possibilità di frequentare per 3 mesi, una volta alla settimana,l’ambulatorio di un medico di famiglia.

Tutti questi studenti si sono dichiarati soddisfatti ed entusiasti dell’iniziativa e alcuni hanno mantenuto i contatti con il medico a cui erano stati assegnati e hanno chiesto la Tesi su argomenti di medicina generale.

Avendo frequentato anch’io l’ambulatorio di un medico di base, posso affermare l’importanza di questa esperienza per la formazione di un medico. Innanzitutto permette di conoscere e valutare il paziente come persona all’interno del suo ambiente di vita (situazione familiare, lavorativa, socio-economica…), cosa impossibile in reparto sia per il luogo estraneo in cui il paziente si trova sia per i tempi imposti (qualche minuto per paziente durante il giro visite).

Permette di rendersi conto di come un ricovero in ospedale viene vissuto emotivamente e di come ciò abbia il potere di influenzare lo stato di benessere o di malattia successivo. Spesso i degenti si sentono abbandonati a se stessi, senza un punto di riferimento, senza ricevere chiare spiegazioni circa i risultati delle analisi. Tornando poi a casa si portano dentro sentimenti di paura e ansia verso il proprio stato di salute e si rivolgono al medico di famiglia cercando innanzitutto conforto e ascolto, che è forse la cura più efficace per ogni persona.

Il paziente, grazie ad un rapporto di anni instaurato con il proprio dottore, che in molti casi diventa di fiducia e stima reciproca, permette al medico di famiglia di entrare con delicatezza nella propria sfera personale e di agire quindi su un piano inaccessibile alle cure ospedaliere, utili per ottenere la remissione della malattia in fase acuta, mediante la somministrazione di farmaci che il paziente subisce passivamente, ma spesso inefficaci a ottenere uno stato di salute intesa non solo come assenza di malattia ma come "benessere psichico, fisico e sociale" , come affermato dall’OMS nel 1946.

La Carta della Formazione del medico insiste in più punti sull’importanza del rapporto medico-paziente: mi chiedo che percezione abbiano di ciò gli studenti visto che alcuni medici per primi hanno dimenticato di avere a che fare con persone e non con organi, e spesso questi medici sono gli stessi a cui viene assegnata l’organizzazione delle esercitazioni in reparto dove capita che il paziente venga presentato solo come caso clinico usato per discutere una malattia.

Penso che la vera differenza sia data dal fatto che in ospedale un paziente subisce ed è solo il medico ad agire, invece nell’ambulatorio il medico dovrebbero ascoltare, orientare e prendersi cura restituendo però al paziente la dignità di persona con la capacità di prendere decisioni e con la responsabilità della sua vita; perché solo lui sa cosa è meglio per se stesso.