GUERRA:NOI COSA PENSIAMO?

in corteo per manifestarlo

di Silvia Bignamini

"Nulla è più importante per un popolo che salvare la propria integrità, cioè la propria identità. Dobbiamo parlare; un popolo che non esprime la propria opinione cessa di essere un popolo." (da F.Jakobsen, "Il Ponte", ottobre 1972)

Sabato 3 Aprile 1999: un’occasione per esprimere la nostra opinione sulle decisioni prese dal nostro Paese, con la convinzione che quando certe idee non restano delle voci isolate, ma iniziano ad organizzarsi ed unirsi, generano un movimento ampio e travolgente che non può più essere ignorato, almeno dal nostro governo.

"Vado o non vado? Varrà la pena di andare fino a Roma? Che cosa si può ottenere? Avrà qualche utilità? I miei amici non vengono, chi me lo fa fare?". Questi pensieri mi hanno attraversato la mente per almeno un paio di giorni prima di decidere di partire per Roma, e penso che molti, informati della manifestazione, si siano posti domande simili, giungendo alla fine magari a decidere per la non partecipazione: chi per pigrizia, chi per impegni "pasquali", chi per paura che la manifestazione contro la guerra si tramutasse in una difesa di Milosevic, chi perché non ha ancora avuto la voglia e l’interesse sufficienti per informarsi e prendere una posizione.

A tutte queste persone voglio portare il mio punto di vista di partecipante alla manifestazione perché sentivo che volevo essere lì, pur non essendo membro di nessuna delle associazioni che hanno aderito, insieme ad altri compagni dei collettivi universitari e ad amici intervenuti.

Essendo arrivati in ritardo con i pullman (a causa di un incidente stradale e dell’intenso traffico dovuto all’esodo pasquale), il corteo era già partito e io l’ho percorso dal fondo alla cima osservando e provando un sentimento di grande unione con i gruppi di diverse aree. Erano presenti molti giovani, ma soprattutto tantissimi adulti, persone che più di noi hanno vivo il racconto di guerre vissute da genitori e nonni.

Tale clima di partecipazione e unione era talmente radicato che neppure alcuni autonomi dei centri sociali sono riusciti a trasformare la manifestazione in un pretesto per costruire slogan aggressivi con l’obiettivo di essere "contro" ad ogni costo.

All’arrivo del corteo a Porta San Paolo sono stata totalmente assorbita dagli interventi di Pietro Ingrao e Don Luigi Ciotti:

"E questo di oggi è solo l’annuncio, l’inizio, l’avanguardia di una battaglia che non finisce di certo qui. Lo sappiano i nostri governi, noi non ci rassegniamo, non possiamo rassegnarci, perché la posta in gioco è troppo alta. Dobbiamo portare questa grande domanda di pace ovunque, nei posti di lavoro, nelle scuole, nelle chiese" (tratto dall’intervento di Pietro Ingrao).

A tutti quelli che non hanno partecipato perché riguardo alla guerra ancora pensano che "non si poteva fare altrimenti", voglio dire che io non sono un’esperta della situazione nei Balcani, né posso articolare un piano di intervento alternativo, sono però convinta che la guerra sia una follia che non regge alcuna giustificazione, per questo voglio portare avanti la richiesta avanzata dalle "Donne in Nero" di Belgrado:

"Parlate per noi e dite al mondo che questi bombardamenti non sono fatti per sconfiggere la politica nazionalista di Milosevic, ma per distruggere la nostra speranza di poter vivere in una società libera e democratica senza nazionalismi e militarismi".

Infine nei confronti della NATO sento valida anche oggi la dichiarazione fatta al Parlamento danese nel 1972 dal deputato socialdemocratico Frode Jakobsen a proposito della guerra in Vietnam:

"…il Consiglio della NATO dichiarò che la guerra francese in Indocina era anche una guerra per la nostra civiltà. Quale civiltà! Uccidere la popolazione, gli animali, le piante e avvelenare la terra per decenni. Ma questo rende i paesi della NATO complici, ci rende complici se non abbiamo il coraggio di parlare quando scopriamo quale menzogna sia stato quello."

Aggiungo: e questo è ancora più grave quando si ripete senza tenere conto degli insegnamenti della storia.