Nuovo Ordinamento: c’è tanto da fare

Come agire per cambiare quello che ancora non va

di Silvia Bignamini

Il Nuovo Ordinamento, come è prevedibile per tutte le cose belle sulla carta, sta presentando lacune nella pratica.

L’unico modo per ottenere nei fatti ciò che è stato dichiarato e scritto è che voi che vivete in prima persona questa realtà ci segnaliate problemi, carenze e proposte: il nostro ruolo, di noi rappresentanti insieme a voi studenti, è quello di fare pressione in Consiglio di Corso di Laurea, nelle varie Commissioni, sui i singoli docenti per fare continuamente presente gli obiettivi che il Nuovo Ordinamento si pone sulla carta e le lacune che presenta nei fatti.

Ringraziamo Riccardo per aver dato un contributo affinchè il cambiamento sia realizzato e speriamo che il suo esempio sia seguito da molti perché sia possibile fare richieste appoggiate dalla maggioranza degli studenti per ottenere una reale riforma.

Riguardo in particolare alle critiche sollevate da Riccardo, vogliamo ricordare che è dall’inizio della programmazione del N.O. che noi sosteniamo la priorità della stesura di nuovi programmi e che finchè ciò non sarà fatto non si potrà parlare di cambiamento.

Cosa fare? Essere presenti e attivi, informarsi, non limitarsi a sterili lamentele, fare assemblee, raccogliere firme:

voi che purtoppo avete di nuovo subito un corso di anatomia vecchio stampo, fate pressione insieme a noi cosicchè non accada per chi verrà dopo, così come noi ci stiamo impegnando perché non vogliamo che altri siano vittime della frammentazione che la nostra tabella XVIII ci ha imposto dando pessimi risultati.

Infine ricordiamo che potrete trovare sul nostro sito internet il testo del N.O. per rendervi conto di quanto la vostra esperienza sia lontana dai principi che dovrebbero essere applicati.

Mi iscrissi a Medicina nel 1997, felice di sperimentare un nuovo Ordinamento che, introducendo nuovi corsi e attività a scelta dello studente, e in più snellendo il piano di studi, si proponeva di adeguarsi alle esigenze della società del nuovo millennio.

Suppongo che la mia "felicità" derivasse più dall’inclinazione, tipica di quest’età, a considerare positivo tutto ciò che è nuovo, e meno dalla consapevolezza dei reali vantaggi che tale riforma avrebbe portato. Ma c’era anche un altro problema: come è possibile giudicare la validità di un cambiamento, senza possedere una pietra di paragone? A tal proposito, infatti, le opinioni dei veterani erano discordanti, e le preoccupazioni di una matricola sono ben altre che interessarsi delle disquisizioni teoriche sui pro e i contro. E anche adesso le cose nella mia testa non sono cambiate.

L’unico possibile giudizio, una volta stabilito che una riforma ci deve essere, riguarda la volontà con cui la si attua. Se bisogna ridimensionare i programmi dei vari corsi, debbono essere ridimensionati in modo chiaro quelli di tutti i corsi, anche dei più "prestigiosi", se si vogliono assecondare le inclinazioni dello studente proponendo determinate attività elettive, sarebbe più rispettoso non sovrapporle ai corsi del core curriculum, non concentrarle nei periodi più vicini agli esami o almeno fare più chiarezza fin dal principio sui termini del loro svolgimento. Il corso di Comunicazione e Relazione in Medicina , poi, sembra essere fatto apposta per essere disertato: infinito, dispersivo, infonde sfiducia nella possibilità di un esame razionale dei rapporti umani.

Se vogliamo che delle innovazioni abbiano successo dobbiamo dar modo a chi ne usufruisce di apprezzarne l’utilità, e nella nostra Facoltà così legata alla tradizione lo sforzo deve essere ancora maggiore.

Riccardo Muffatti