LA "MIA" MISSIONE ARCOBALENO.

Il racconto di chi ha vissuto in prima persona l’azione umanitaria in Kosovo

di Umberto Giacalone

 

Salve! Sono uno studente di Odontoiatria del 4°anno, e vorrei non tanto raccontarvi le miriadi di situazioni che ho vissuto come Volontario della Croce Rossa in Albania (non la finirei piu’, anche se vi assicuro che non vi annoiereste), ma piuttosto farvi una sintesi delle impressioni che questa avventura mi ha lasciato.

-"Ma quanti militari !"- Questo fatto l’avevo presentito già nelle facce preoccupate dei miei e della mia ragazza (piu’in apprensione rispetto a quando andai ad aiutare i terremotati in Umbria); e io non potevo mica dire "ehi, ma guardate che mica vado in guerra!" perché in fondo mi ci stavo avvicinando di molto. Un’ ulterore conferma di ciò l’ho avuta al momento della partenza dal porto militare di Brindisi con la nave della Marina "S.Marco": insieme a noi partivano Tir carichi di aiuti umanitari ma anche un intero battaglione di carabinieri. Poi, arrivato a Durazzo, la gente era ancora piu’armata. Insomma soldati, tanti, e da tutte le nazioni, uomini e donne, con mezzi blindati, elicotteri, aerei .E tenuto conto che si trattava del sud dell’Albania, dove non ci sono stati scontri di guerra, questa immane retrovia mi è apparsa un tantino paradossale (un po’, se volete, come nel film "Mediteraneo"dove i soldati si trovano in una guerra senza nemico).

-"L’Albania"- vista da Durazzo, e per pochi giorni, mi ha mostrato una povertà impensabile. Sulle camionette che attraversavano strade dissestate per portarci al campo profughi, o durante i viaggi di rifornimento alimentare, buttando un’occhiata appaiono un insieme di edifici costruiti alla rinfusa e quasi mai terminati, bunker ovunque come piccoli funghi di cemento fatti costruire dalla ex dittatura e, soprattutto, tanta gente malvestita, denutrita e molti disabili per le strade. Durante il viaggio quotidiano che il camion C.R.I. del campo compiva verso la "discarica" della città, si assisteva sempre alla vista di un festoso gruppo di bambini albanesi al seguito che si facevano quasi travolgere dalla montagna di rifiuti scavando alla ricerca di qualcosa da mangiare o riciclare. Ma nonostante tutto, molte case esponevano, in evidente contrasto, antenne T.V. paraboliche per poter sintonizzarsi sui canali italiani. Capisco che " povertà" significa andare ad aiutare dei profughi, che perdendo le loro case hanno trovato rifugio in un paese piu’ povero di loro. Un altro bel paradosso distante anni luce dall’Italia che sta giusto dall’altra sponda dello Ionio..

-"Quanto lavoro!"- Su questo punto posso affermare in assoluta buona fede che non ho visto alcun volontario "con le mani in mano" e che tutti si sono efficacemente sbattuti per mandare avanti una tendopoli enorme che si disperdeva a vista d’occhio per circa un chilometro e che richiedeva 10000 pasti al giorno per i quali gli esuli Kosovari facevano la fila giornalmente e dignitosamente sotto sole, pioggia o vento. Insomma, un ciclo continuo a cui doveva adeguarsi anche il magazzino alimenti, il reparto mensa, lo scarico dei rifonimenti e lo smaltimento rifiuti .

-"I bambini Kosovari"- Tutti i Kosovari hanno partecipato attivamente alla gestione del campo, lavorando con noi. Perciò ho potuto conoscerli, e quel che ho capito di loro, me lo hanno trasmesso i ragazzini. La presenza di una cultura contadina e di un sottofondo di stupenda semplicità di questa gente mi è apparso lampante nel modo in cui i bambini lavoravano dopo la scuola, contenti di aiutarci e di farlo dimostrando una salute e una forza fisica inimmaginabile, nonostante tutto. E allo stesso modo ho percepito piu’ sorrisi di speranza che pubbliche esternazioni di comprensibile pianto nei volti delle madri, dei figli, dei mariti e anche dei piu’ anziani nonni. Sono stati loro, ciò è, che hanno aiutato noi volontari ad accettare una situazione che, pur vedendo loro come vittime, molto spesso sembrava lasciare più stupefatti noi, proprio perché si trattava di una realtà così distante dalle nostre vite "normali".

-"Mi ammalo e torno a casa"- Il 14° giorno di vita da campo mi assale la febbre alta, ma non sono solo, ci sono altri 12 volontari con me: è una mini epidemia infettiva (di Shighellosi, mi verrà detto poi al ricovero nell’Ospedale di Bari). Passo un’ intera giornata e una lunga notte nel lettino sotto il tendone dell’ Ospedale da campo con una flebo nel braccio ("prima, mai avute flebo in vita mia!", pensavo, "mai ricoverato prima in vita mia"). Insomma la "sfiga" (o forse chi di dovere non ha fatto tutto il possibile per garantire una soglia di igiene accettabile?) vuole che da soccorritore io diventi uno da soccorrere e in fondo questo è il massimo del paradosso che ho vissuto sulla pelle; quelli tra i Kosovari che ormai conoscevamo ci venivano a trovare, e così ci hanno dimostreto la loro riconoscenza.

 

Questa importante esperienza, insieme ad altre ancora, hanno cercato di insergnarmi ad aprire gli occhi sull’ esistenza di altre realtà completamente diverse dal modo in cui viviamo (per esempio ho pensato, appena tornato, a quanto la nostra società sia sovra-alimentata, con i suoi sovra-bisogni e sovra-desideri indotti, e come poi intervenga sulla salute laddove non ha voluto prevenire) ma assolutamente ricche di una umanità profonda. Realtà la cui conoscenza sarebbe essenziale per la vita di ognuno e tanto piu’ per quella di un futuro medico.