Contro la guerra… per giuramento

E’ il British Medical Journal a dirci il perché

di Silvia Bignamini

 

Tutti i medici e tutti gli studenti di medicina dovrebbero conoscere riviste come il British Medical Journal: i primi per la necessità di un aggiornamento in un campo, come è quello della medicina, in continua evoluzione sia per quanto riguarda i contenuti sia dal punto di vista tecnologico; gli studenti perché inizino a comprendere che poche sono le certezze in medicina e molti invece i dubbi irrisolti, e che il fascino dello studio si trova proprio in questo non accontentarsi di spiegazioni incomplete e poco soddisfacenti, mettendo al contrario tutto continuamente in discussione senza mai stancarsi di cercare.

Vedo molto diffusa fra gli studenti l’idea di una medicina intesa solo come "tecnica": devo imparare a fare diagnosi, a dare una terapia, a fare iniezioni, a fare…

E se è vero che spesso l’università offre solo questo, è però anche da considerare il fatto che spesso dalla maggioranza degli studenti non arrivano altre richieste.

Alcuni però, da soli o riuniti in gruppi ed associazioni, si sono interrogati su temi attuali come il recente conflitto in Kosovo, prendendo posizione contro la guerra: chi documentandosi a livello personale, chi partecipando a manifestazioni, chi scrivendo articoli, chi esponendo cartelloni in bacheca, chi organizzando conferenze e dibattiti…

Bene, tutti questi studenti saranno sicuramente felici di sapere che persino una rivista diffusa e autorevole, quale è appunto il British Medical Journal, ha interamente dedicato il numero di agosto 1999 ad un dossier dal titolo "Medicina e leggi internazionali".

Se alcuni di noi hanno affrontato il tema della guerra sentendosi coinvolti e responsabili in quanto persone e cittadini, il BMJ ci ricorda chein futuro lo saremo anche come medici. Infatti, siccome la medicina è innanzitutto prevenzione (come affermato dalle ultime direttive dell’Organizzazione Mondiale della Sanità), e siccome le conseguenze inevitabili di ogni conflitto sono profughi, feriti, malnutrizione, malattie infettive, danni ambientali, impossibilità di cura per mancanza di medicinali e strutture sanitarie, ne deduciamo che il ruolo del medico è prevenire che tutto ciò avvenga, ovvero prevenire l’esplosione di conflitti armati.

Cosa si può fare? Ancora molto, se si considerano i seguenti dati riportati dal BMJ:

Inoltre, diversi studi epidemiologici condotti dalla Croce Rossa Internazionale stanno fornendo dati incontestabili sulla mortalità per conflitti tra civili nel dopoguerra in Afghanistan e in Cambogia, e su tipologie e gravità delle ferite in relazione al tipo di proiettili, armi e contesti di combattimento; tutto ciò per poter proporre leggi sul commercio d’armi che tengano conto anche di tali fattori.

Penso che in quanto studenti di medicina non possiamo ignorare di avere responsabilità come professionisti di fronte ai crimini di guerra: infatti giureremo di "perseguire come scopi esclusivi la difesa della vita, la tutela della salute fisica e psichica dell’uomo e il sollievo della sofferenza" (dal moderno giuramento di Ippocrate).

Sempre più medici si recano in zone in cui la guerra è una realtà quotidiana allestendo ospedali di fortuna, curando feriti, cercando di prevenire epidemie…occorre però che la loro azione venga sostenuta da tutta la classe medica, facendo pressione affinché i paesi ricchi investano risorse per promuovere il rispetto dei diritti umani, lo sviluppo economico dei paesi poveri, l’educazione alla convivenza con altre culture e all’arricchimento che da ciò può derivare, lo sviluppo delle risorse locali…

Senza la mobilitazione dell’intera categoria affinché tali situazioni di conflitto non si ripetano più, l’azione di quei chirurghi e medici di guerra volontari resterà solo quella di ricoprire le buche che gli stati ricchi con la loro politica internazionale contribuiscono a rendere più profonde; ma qual è la prospettiva di questo continuo ed isolato limitare i danni?