Anche i veterinari hanno un’anima
..e i medici hanno poco senso pratico
di Pamela De Toni
Siamo capitati in un bel giorno di ottobre, un po' per caso, un po' per curiosità, ad una conferenza dal titolo, certo poco incoraggiante, "I veterinari nelle catastrofi" , organizzata dai nostri amici del SIVCRI (studenti di veterinaria per la cultura del rispetto). "Dalla gestione sanitaria dei campi profughi in Albania, il ruolo della medicina veterinaria nelle emergenze epidemica. Verso un pieno riconoscimento". Parlava il dottor Germano Cassina, simpatico ometto nonché uno dei responsabili veterinari della Missione Arcobaleno. Nonostante l'interesse dell'argomento, l'affluenza tutt'altro che oceanica non sfiorava nemmeno i "venticinque lettori" di manzoniana memoria. Felici della nostra presenza e di quella del prof. Di Lernia, siamo stati accolti con inaspettato calore dagli organizzatori a cui abbiamo estorto la promessa di "fare numero" alle nostre conferenze. Se non ci si aiuta fra noi....
Penserete che agli studenti di medicina una conferenza organizzata da veterinari, medici delle bestie, più di tanto non possa interessare. Purtroppo, o per fortuna, vi sbagliate e adesso vi spiego perché.
Innanzitutto la Missione Arcobaleno gestiva sei campi profughi per un totale di 30000 persone, 60000 pasti al giorno, tonnellate di rifiuti di vario genere ecc. ecc...
Immaginatevi i campi profughi: grandi tendopoli, con una famiglia per tenda, tanti bambini che giocano, panni stesi, donne, vecchi; insomma tutto quello che, più o meno, abbiamo visto alla televisione nei giorni in cui il Kossovo andava di moda.
Dopo due o tre settimane dall'installazione dei campi profughi arrivano con mezzi di fortuna i veterinari, solo due all'inizio, con l’unico compito di controllare le scatolette della solidarietà in arrivo al porto di Durazzo.
Vengono accolti da una epidemia di shighellosi. Chiedono ai medici se hanno qualche idea sulle possibili cause; come sono le cucine; come è la situazione delle acque potabili; come stanno i bagni. Nessuno di loro sa rispondere, perché sono tutti specialisti ospedalieri e non si sono posti questi problemi. Si guardano attorno alla ricerca di qualche medico igienista. Non ce n'è. Ne richiedono al Ministro della Sanità. Nessuna risposta. Non c'è nessuno che si occupi di igiene ambientale (igiene del personale, delle mense, delle cucine e dei servizi, potabilizzazione dell'acqua, disinfezione e disinfestazione). Ma non si può certo dire che manchino medici nei campi, anzi la loro presenza è massiccia e generosa, ogni specialista è a disposizione in un ambulatorio ed è attivo un ospedale per campo. Però la popolazione "residente" in realtà è sostanzialmente sana, perché i traumatizzati e i casi gravi vengono trasportati negli ospedali albanesi o italiani. Qui la gente ha più bisogno di bere, mangiare e dormire in modo sano. Eppure non c'è neanche un igienista.
Così il Nucleo Controllo Alimenti (questo è il nome del gruppo veterinario), decide di sua spontanea volontà di coprire un vuoto che in una situazione di tale assembramento umano potrebbe provocare disastri...I veterinari, con le loro poche forze e i loro pochi mezzi, si industriano per formare il personale (cuochi, uomini delle pulizie..) perché impari a gestire i problemi quotidiani della vita dei campi. Stabiliscono le priorità sanitarie, con qualche modifica alle indicazioni dell'OMS, data la situazione contingente (assenza di impianti frigoriferi, un solo erogatore di acqua per cucina e mense al di fuori degli edifici…). Stendono un manuale. Tradotto in albanese. Applicazione.
Arrivano i primi problemi. I nostri cuochi si sentono offesi dai suggerimenti igienici dei veterinari, che nel frattempo hanno clorato le acque e si trovano di fronte a un problema di rifiuti alimentari. Piccola svista culturale: ogni cucina è gestita da una regione diversa, che ci tiene a mostrare al mondo le proprie specialità. Però i kossovari, poco delicati, non apprezzano gli spaghetti, neanche al ragù. Hanno abitudini alimentari diverse, barbariche, ma diverse. Così decidono di ammonticchiare paste di vario tipo ai lati delle loro tende, correndo il pericolo di essere mangiati nottetempo da orribili pantegane. Teste dure, rischiano in alcuni casi l'inedia. Tanto che alcune ragazzine cominciano a svenire. Qualche medico diagnostica "innamoramenti giovanili". Qualcun altro capisce che non è proprio quella la causa degli svenimenti...
Anche i bagni fanno scherzi, ancora si fa evidente una certa distrazione. I servizi installati sono bagni Sebach (quelli da concerto rock) con "tazza", tecnicamente ed igienicamente ineccepibili. Peccato che i Kossovari sono islamici e a loro l'uso di "tazza" e carta igienica sia alieno. Utilizzano di solito bagni alla "turca" ed acqua corrente. Così eleggono a succedaneo le docce, che diventano multiuso con gli ovvi problemi e rischi che questo comporta.
Nonostante tutti questi problemi, sicuramente la vita dei campi, grazie agli aiuti che arrivano dall'Italia, è caratterizzata da un "benessere" che stride con la situazione disastrosa in cui versa il resto dell'Albania . E nonostante i rischi non scoppia nessuna grossa epidemia. Miracolo?
Ma torniamo alla nostra piccola epidemia di shighellosi. Come è andata a finire? I veterinari scoprono che il trasporto del pane viene effettuato a pagnotte nude adagiate sul fondo di un camioncino, sopra cui mette i piedi l'addetto alla panificazione. Prima però i piedi, e le scarpe, del panificatore spesso navigano in una pozza di deiezioni varie formatasi nel bagno adiacente al locale in cui viene fatto il pane. E (elementare Watson!) il problema viene risolto trasportando il pane in ceste apposite.
Il tutto con nessun mezzo tecnico specialistico....
Il lavoro dei veterinari si dimostra insostituibile e al loro ritorno, in attesa di un riconoscimento istituzionale, viene fondato un nucleo veterinario all'interno dell'associazione "medici delle catastrofi", attivi in emergenze sanitarie non epidemiche come terremoti, eruzioni vulcaniche, frane; con i medici igienisti vagliano i container dello scandalo (quelli abbandonati sulle banchine dei porti ). Secondo la loro stima è andato perso circa il 7% del materiale raccolto ( la media nelle missioni umanitarie è del 30%); tutto ciò che è rimasto verrà mandato in Kossovo, in Turchia, in Montenegro e in comunità di pubblica utilità in Italia.
Finita la conferenza ce ne andiamo stupiti e un po' pensierosi. Organizzazione. Collaborazione. Rispetto per le culture altrui. Iperspecializzazione e miopia. Tutte parole che ci frullano in testa.
I medici delle bestie ci hanno insegnato qualcosa...