GENESI E GENEALOGIA DI UNA RIFORMA
Come la riforma universitaria cambierà la nostra vita in ateneo, tra crediti
formativi e autonomiaDi Lele Castaldi
Il sistema universitario italiano sta attraversando un momento di "grandi" trasformazioni ; in tutti gli atenei è all’ordine del giorno la discussione circa l’applicazione dei crediti formativi, così come da richiesta della "II Nota di Indirizzo" pubblicata dal Ministero dell’Università e della Ricerca Scientifica e Tecnologica (MURST) nel ’98.
Per poter comprendere a fondo il peso e la portata dell’introduzione nel sistema di valutazione universitario del credito formativo è necessario reinserire i crediti stessi all’interno di un quadro di riforma più complessivo, per il momento "congelato" ma che, in linea con la "politica dei piccoli passi" Berlingueriana (pienamente accettata dal ministro Zecchino), verrà gradatamente applicato, cercando, così, di diluire ed indebolire la possibile reazione studentesca.
Questa riforma complessiva ha origine con le leggi del ’89 e del ’90 (la famosa legge Ruberti) che prevedevano l’introduzione nell’Università dell’autonomia finanziaria e didattica (elemento strutturale di tutto il percorso di riforma). Tali leggi ebbero un esito solo parziale grazie alla forte opposizione posta dal movimento della Pantera, ultimo, ad oggi, grande movimento universitario di portata nazionale.
Nuova linfa e vigore al progetto di riforma viene dato dal Patto per il Lavoro, siglato da Governo, Sindacati e Confindustria nel ’96, ove un intero capitolo è dedicato al "mondo della formazione" in rapporto alle nuove esigenze produttive. In queste pagine il termine "formazione" perde definitivamente (se mai ce ne fosse stato il dubbio) il significato di crescita culturale dell’individuo che permetta un approccio critico e consapevole all’esistente, per indicare, invece, la "valorizzazione del capitale umano" (dove logicamente per capitale umano si intendono gli studenti).
Il documento in cui, però, in modo più chiaro e sistematico vengono delineati l’approccio, le finalità e gli strumenti concreti per riformare l’università rimane la bozza Martinotti del ’97.
Dopo aver esposto la sua filosofia generale d’intervento che, riprendendo le linee guida del Patto per il Lavoro, vede un’università strettamente connessa al tessuto produttivo circostante (è necessario sottolineare come per tessuto produttivo non si intenda tessuto sociale) e quindi alle esigenze delle imprese circostanti, Martinotti incomincia a parlare di differenziazione competitiva tra gli atenei, che in prospettiva porterà ad un vero e proprio mercato di università in concorrenza tra loro; saranno i singoli atenei che in autonomia dovranno trovarsi gli adeguati finanziamenti per poter prevalere sui propri concorrenti.
Sempre in autonomia, per poter meglio adattarsi alle mutevoli esigenze del mercato, le università potranno aprire o chiudere, a proprio piacimento, indirizzi didattici o veri e propri corsi di laurea ; questo è ciò che Martinotti chiama flessibilità curriculare.
In questo "selvaggio" mercato del sapere anche il rapporto tra studente ed università viene "aziendalizzato. All’atto dell’iscrizione si dovrà firmare un vero e proprio contratto che sarà differente a secondo delle possibilità economiche e di tempo dello studente (o meglio cliente) ; vi saranno contratti "full-time", chiaramente più costosi ma anche più prestigiosi, e contratti "part-time", più economici ma che porteranno ad un titolo di studio meno spendibile sul mercato del lavoro. In questo modo Martinotti sostiene di eliminare anche l’anomalia degli studenti fuoricorso, finalmente sostituiti dagli studenti part-time.
Dato che in questo panorama universitario diviene così centrale il "tempo" che si può dedicare allo studio Martinotti sottolinea l’importanza di valutare questo tempo, ed ecco che si parla dell’introduzione del credito formativo, che (come meglio viene chiarito nella seconda nota d’indirizzo) non è altro che un’unità di misura di tempo ed equivale a circa 25 ore di studio. Il percorso universitario viene diviso su due livelli : una laurea di tre anni, per un totale di 180 crediti, una specializzazione di due anni, corrispondente ad altri 120 crediti.
Il sistema a crediti affiancherà la classica valutazione in trentesimi e verrà applicato in autonomia dalle singole università (e addirittura dalle singole facoltà).
Fin da ora si può, però, dire che i crediti, oltre a valutare il tempo di studio personale (come se ciò fosse possibile), daranno anche valore alla frequenza di corsi e seminari, così da ampliare ulteriormente la già grande differenza tra studenti frequentanti e non frequentanti.
E’ evidente che si sta andando sempre più verso un’università fatta su misura per pochi privilegiati che potranno permettersi di fare gli studenti a tempo pieno.
Vietati altri interessi, vietate distrazioni ; il tempo è denaro !
Benvenuto studente di professione, e che sopravviva il più forte...
P.S.
(tutti i documenti ministeriali sulla riforma sono reperibili sul sito del MURST http://www.murst.it)