GUERRA "UMANITARIA"?

Sembra un paradosso. Abbiamo chiesto ad Emergency di spiegare il perché

Di Silvia Bignamini, Matteo Lazzaretti, Alessandro Prigione

 

Umanitario: che pensa e opera secondo principi di generosità, comprensione, carità, amore verso il prossimo e simili, prefiggendosi come scopo il miglioramento costante delle condizioni morali e materiali dell’uomo (da Zingarelli, vocabolario della lingua italiana).

Perlomeno una piccola perplessità può sorgere di fronte all’insistente uso di quest’attributo per connotare il conflitto nei Balcani.

Non accettando una tale contraddizione, siamo andati a domandare spiegazioni ad Emergency, associazione umanitaria italiana per la cura e la riabilitazione delle vittime delle guerre e delle mine antiuomo.

 

Abbiamo chiesto il parere di Desio Demeo, collaboratore presso la sede centrale di Emergency.

Cosa pensa un’associazione umanitaria di una guerra definita "umanitaria"?

Un’associazione umanitaria, e soprattutto un’organizzazione come la nostra che per mandato si occupa dei diritti civili umanitari, questa definizione non la concepisce.

I contenuti delle azioni militari sono la sofferenza e la morte dei civili e, tra i civili, dei più estranei ai fatti, perciò anche i più indifesi.

In questi ultimi anni è il concetto stesso di guerra ad essere cambiato. All’inizio del novecento le vittime di guerra erano per il 95% militari e per il 5% civili, e si può presumere che i civili morissero per incidenti; nella Seconda Guerra Mondiale le vittime civili sono salite al 45-50% e non si può affermare che siano tutti morti per errore; nei conflitti ora in atto, dove si perpetuano massacri giornalieri, come per esempio in Algeria, Kurdistan, Ruanda, Sierra Leone, Tibet o Afghanistan (per citare solo i più evidenti), le vittime civili raggiungono il 95%, mentre quelle militari si sono fermate al 5%: si può quindi presumere che oggi i militari muoiano per errore. Per questo riteniamo che nessun attributo positivo possa essere associato alla parola guerra.

A parte la contraddizione di termini c’è poi un discorso da fare riguardo alla "ingerenza umanitaria".

Prendiamo in considerazione l’ipotesi che ci possa essere qualcuno che si ingerisce nella sovranità di un Paese. Ci sono, a mio avviso, due condizioni essenziali di cui tener conto.

La prima che l’ingerenza faccia davvero gli interessi di quelli in favore dei quali si è deciso di intervenire, che diminuisca cioè il numero di morti, feriti e, in questo caso, dei profughi. Io credo però che questo intervento in Kosovo non abbia fatto altro che moltiplicare per mille il problema. Lo spettacolo, offerto in replica, di missili, bombe, distruzioni e incendi non deve coprire la verità. La guerra intrapresa "per evitare un massacro" è soltanto un massacro aggiuntivo, del tutto indifferente alle vittime di ieri e di oggi, assolutamente inefficace nello scopo di fermare o alleviare atrocità.

La seconda presuppone che chi si ingerisce sia al di sopra di ogni sospetto, perché, per arrogarsi il diritto di intervento in uno stato sovrano, è necessaria e indispensabile una chiara assenza di interessi che vadano al di là della difesa dei diritti di ogni essere umano. Penso invece che il benessere del popolo kossovaro sia esclusivamente un buon pretesto per perseguire obiettivi politico-militari, non umanitari, un "nuovo ordine mondiale" inteso come dominio di una parte del mondo sul mondo tutto.

Qualcuno mi dovrebbe spiegare in base a quali motivi (o interessi?) si decida di intervenire nel Kossovo e non in altri luoghi del mondo dove i massacri sono all’ordine del giorno. E soprattutto in base a quale criterio sia stato irrevocabilmente deciso che l’UCK sia composto da guerriglieri che combattono in difesa del loro territorio e il PKK da terroristi. Non avviene per distrazione, ma per scelta, che si decida di volgere l’attenzione alle sofferenze di alcune - e non di altre - parti del mondo soltanto quando l’intervento prospettato è di tipo militare, molto più pericoloso, difficile e costoso degli interventi umanitari di sostegno e di aiuto che sarebbero in grado di prevenire ed evitare gran parte dei problemi.

A mio avviso siamo di fronte a un’operazione sostanzialmente contro l’Europa e contro l’ONU. Di questa organizzazione si è ormai recitato il de profundis e le decisioni riguardanti i destini dell’umanità sono da delegare ad altra sede. L’essenza stessa della NATO è stata poi stravolta e tra i 19 Paesi che la costituiscono credo che sia uno solo ad avere il diritto di poter decidere. Purtroppo il nostro Paese è quello che, dopo gli Stati Uniti, ha partecipato in maggior grado a questo conflitto, dal momento che la portaerei da cui sono partiti tutti gli attacchi si chiama Italia. Inammissibile è, infine, la partenza nello stesso tempo e luogo di treni carichi di aiuti per la vita e di aerei carichi di bombe per la morte. Noi non crediamo, quindi, alla buona fede né della NATO né del nostro Paese.

I diritti umani devono essere attuati nella collaborazione umanitaria e politica tra i popoli. Sono assunti a mezzi e non a fini, quando si riducono a un pretesto di guerra intesa come "punizione" di chi li viola o è accusato di farlo. Quando ciò avviene i diritti umani si convertono - ed è quello che succede nei Balcani - nel loro contrario: violenza, sopraffazione e disinteresse riguardo ai destini di persone e popoli.

Nella situazione attuale, l’unica possibilità che intravediamo è l’interruzione di ogni bombardamento e la ripresa della via del dialogo.

Avete in progetto qualche intervento diretto nei Balcani?

In questo momento abbiamo offerto la nostra disponibilità di aiuto sia alla Jugoslavia, da cui ci è stato risposto che non esiste nessuna necessità, sia al Kossovo; se ci sarà richiesto, interverremo immediatamente.

Occorre però non dimenticare che i teatri di guerra sono, in questo momento, numerosissimi e non si può correre il rischio di essere presenti solo in quelli di cui si parla più spesso in televisione. Bisogna cercare di mantenere una visione meno polarizzata o emotiva. Noi manterremo tutti i nostri impegni nei Paesi in cui già operiamo.

Ai nostri referenti intenzionati a finanziare un’organizzazione già presente in Kossovo abbiamo comunque voluto dare alcune indicazioni: poiché abbiamo più volte collaborato con la Caritas in altre circostanze e ci siamo trovati molto bene, abbiamo voluto indicare, da laici, la Caritas come potenziale destinatario dei fondi.

 

Milano, 9 Aprile 1999