35 ore a Medicina
ovvero la liberazione del
pensiero
di Matteo Longo
Quando il dibattito sulla riduzione dell’orario di lavoro ha cominciato ad emergere da segreti sacrileghi scantinati, per occupare il suo spazio sulle pagine dei giornali, le 35 ore erano soprattutto un mezzo, uno dei mezzi, per tentare di far fronte alla disoccupazione strutturale ormai immune a qualsiasi provvedimento tampone, ed immune soprattutto alla "crescita economica ed all’aumento di competitività", uniche ricette ormai eternamente riproposte.
La riduzione del tempo di lavoro rinasce dunque in questo momento storico come un mezzo: è attorno allo slogan "lavorare meno- lavorare tutti" che si affilano le armi degli industriali e le deboli risposte dei governi.
Con il proseguire del dibattito e col venire a galla di dubbi sull’efficacia occupazionale di tale intervento isolato in politiche altrimenti neoliberiste , emerge un significato diverso ed altrettanto importante nella riduzione del tempo di lavoro. Un significato non certo storicamente inedito ma che assume un sentore rivoluzionario, forse sacrilego, in quest’epoca asservita al pragmatismo un po’ fittizio dell’"economia reale": riduzione dell‘orario significa anche qualità della vita, riappropriazione del controllo della dimensione temporale dell’esistenza e con esso di nuovi spazi da dedicare alla crescita individuale e culturale, motori indispensabili per avviare qualche speranza in un mondo migliore.
L’appropriazione del tempo individuale rappresenta oggi uno dei più efficaci e sottili mezzi di controllo sociale e di privazione della libertà. Il tempo viene sistematicamente occupato e con esso le energie, d’azione e di pensiero. Dove non arriva il lavoro occupano mente e tempo i mezzi di comunicazione (regina ancora incontrastata, la Televisione), gli svaghi omologati e preconfezionati, le ferie organizzate e via discorrendo…
Anche nel mondo cosiddetto intellettuale, o quanto meno culturalmente privilegiato, la moltiplicazione delle opzioni e delle offerte, che cresce smisuratamente di giorno in giorno (si pensi ad Internet) rischia di sgretolare il tempo e la libertà individuale ingenerando una confusione senza confini. Afferma a questo proposito Wolfgang Sachs, forse non troppo provocatoriamente, che in una società strapiena di opzioni l’austerità, l’arte di dire no alle migliaia di stimoli che tutti insieme ci bombardano, è la base per l’esercizio della libertà; libertà che rappresenta in questo caso soprattutto capacità di scegliere.
Privati del proprio tempo e delle proprie energie gran parte degli uomini trascorre la propria esistenza seguendo l’onda quotidiana, avendo perduto la coscienza stessa di poter essere artefici, o quanto meno attori e non solo comparse, del destino individuale e collettivo.
Guadagna così consenso universale e silenzioso il "pensiero unico", "l’unica alternativa possibile" di un mondo mondializzato ed omologato in cui l’Economia reale alimenta le disuguaglianze ed uccide le culture.
La facoltà di medicina e chirurgia sembra davvero offrire un esempio quanto mai calzante della potenza con cui l’occupazione sistematica del tempo individuale è in grado di assorbire energie, iniziative e pensieri incanalando l’esistenza di ciascuno studente in un cammino predeterminato ed accuratamente preordinato, che pochi o nessuno spazio concede alle possibilità di crescita e di riflessione individuali.
Si potrebbe, forse un po’ dietrologicamente, pensare che il controllo sociale si esercita qui su una parte importante della classe dirigente del futuro permettendo di asservirla in anticipo alle esigenze di un mercato in espansione che vede proprio la sanità nell’occhio del ciclone.
Al di là delle provocazioni, forse non del tutto irreali, resta il fatto che l’educazione fornita da un tale sistema di vita tende ad uccidere ogni capacità critica rendendo sicuramente molto difficile l’esercizio del dissenso o anche solo l’accettazione cosciente delle responsabilità individuali e professionali.
Durante un recente seminario (naturalmente obbligatorio) su "L’organizzazione sanitaria" nell’ambito del corso di Igiene e Sanità Pubblica per gli studenti del sesto anno, il relatore ha ripetuto una frase apparentemente banale, in realtà affascinante, che suonava per noi come una curiosa rivelazione: "Pensare è un LAVORO, come tale richiede TEMPO e strumenti". Il messaggio subliminale che era sempre giunto alle nostre orecchie sembrava piuttosto suonare così: "Agire è il vero lavoro, dunque non perdete tempo a pensare e datevi da fare".
E’ vero, pensare richiede tempo e strumenti i più diversi, richiede tempo autonomamente organizzabile e non eterodiretto.
Ciò che risulterà da tale tempo non sarà forse immediatamente verificabile mediante prova orale o scritta, ma permetterà di vedere in futuro medici un po’ meno sorvegliati e puniti ed un po’ più autonomi e culturalmente preparati, possibili attori più coscienti del processo di cambiamento del mondo nel quale andranno ad operare, capaci forse di dire NO ad una medicina asservita alle regole del mercato e della libera competizione.
Proponiamo dunque di estendere il dibattito sulla riduzione dell’orario di lavoro alla facoltà di medicina, affermando il diritto e l’utilità di un tempo più che libero, liberato.
Chissà poi che l’equazione lavorare meno – lavorare tutti, non possa in futuro contribuire a risolvere anche la disoccupazione che sembra inevitabilmente incontrare ogni giovane medico.
| Aprile 1998 | torna all'home page |