Israele e Palestina, nodo insoluto


di Ivo Sullam




Questo sunto ha lo scopo di far conoscere le cause degli attuali drammatici avvenimenti in Israele/Palestina, senza essere una semplice cronaca. E’ un invito a chi lo vorrà leggere ad approfondire le questioni trattate e a non perdersi dietro al superficiale sensazionalismo della propaganda dei vari governi, compreso quello italiano.


LA NASCITA DI ISRAELE-lo Stato di Israele si è costituito nel 1948, al culmine di una violenta gestazione storica, iniziata alla fine dell’Ottocento col progetto di Teodoro Herzl di formare uno Stato nazionale ebraico (sionismo). Da allora hanno inizio gli acquisti di terre palestinesi e l’impianto di colonie ebraiche nel territorio che era una provincia dell’impero ottomano.

Nel 1917 l’Inghilterra, allo scopo di impadronirsi del Medio Oriente e di utilizzare il sionismo contro la rivoluzione russa cui partecipano intellettuali e proletari ebrei comunisti, riconosce la creazione in Palestina di un “focolare nazionale ebreo” (Dichiarazione Balfour). Nel 1922 l’Inghilterra diventa potenza mandataria della Società delle Nazioni in Palestina. Nell’intervallo tra le due guerre, spinti dalle organizzazioni sioniste, affluiscono in Palestina centinaia di migliaia di ebrei. La lotta per il possesso della terra diventa furibonda, scontrandosi con lo sviluppo del nascente movimento nazionale palestinese, che nel 1936-1939 dà vita ad una violenta insurrezione anti-inglese. I sionisti collaborano attivamente col colonialismo britannico per stroncare l’insurrezione. Dopo la Seconda Guerra Mondiale e la tragedia dello sterminio nazista, gli ebrei europei superstiti affluiscono in massa in Palestina capovolgendo i rapporti di forza con la popolazione palestinese. I sionisti sono ormai sufficientemente forti per avanzare la pretesa di costituire un proprio Stato el nel novembre1947 l’Onu raccomanda la divisione della Palestina in due Stati indipendenti, uno ebraico e uno arabo. Si oppongono alla risoluzione dell’ONU gli Stati arabi (Egitto, Siria, Irak, Transgiordania, Libano) e l’Inghilterra, che nel tentativo di mantenere il proprio mandato sulla Palestina fomenta una crociata araba contro il nascente Stato sionista. Lo Stato d’Israele viene proclamato il 15/5/1948, allo scadere del mandato britannico.

LA PRIMA GUERRA ARABO ISRAELIANA E LA “CATASTROFE” DEL POPOLO PALESTINESE-Scoppia così la prima guerra arabo israeliana, che si conclude con la disfatta degli eserciti arabi e con la spartizione di tutto il territorio della Palestina. Israele si annette 20.000 Kmq invece dei 14.000 previsti dalla risoluzione ONU. La Transgiordania (che aveva condotto trattative segrete coi sionisti) si annette la Cisgiordania con la città vecchia di Gerusalemme e si proclama “Regno Unito di Giordania”. All’Egitto rimane la “Striscia di Gaza”. Per la popolazione araba-palestinese la guerra del ‘48/’49 è la Naqda, la catastrofe. Cacciati con la forza dall’esercito sionista almeno 600.000 palestinesi abbandonano le proprie case, terre aziende per fuggire in Cisgiordania, Gaza e nei paesi arabi dove saranno costretti a vivere in “campi per rifugiati” come paria. Nel 1950 solo 170.000 arabi restano in Israele, a fronte di 1.200.000 ebrei. Le terre e i beni degli arabi esiliati vengono confiscati dallo Stato, mentre la popolazione rimasta viene sottoposta all’amministrazione militare (fino al 1966) e sostanzialmente privata dei diritti civili. Da allora la popolazione arabo-israeliana vive in condizioni di inferiorità sociale, politica ed economica. Il trionfante Israele non è il solo oppressore del popolo palestinese. Lo è la Giordania, che si è annessa la Cisgiordania, lo sono gli altri Stati arabi, che non riconoscono alcun diritto ai rifugiati palestinesi e ne sfruttano la forza lavoro. 

LO SVILUPPO DI ISRAELE-In poco più di cinquant’anni di storia Israele ha attraversato diverse fasi di sviluppo, che ne hanno fatto la prima potenza economica della regione. La prima fase é quella, pionieristica, della colonizzazione agricola e dell'impianto delle basi industriali, nei settori dell'edilizia, della meccanica e dell'industria leggera. Essa si conclude nel 1956 circa. La seconda fase é quella dello sviluppo dell'agricoltura e dell'industria. Essa si conclude nel 1967 circa. La terza fase é quella dell'espansionismo economico, mediante la conquista e la integrazione/sottomissione della Cisgiordania e di Gaza e il tentativo di annessione del Libano meridionale (1982-84). Essa si conclude nel 1987. L'ultima fase, ancora in corso, é caratterizzata dallo sviluppo del settore finanziario dell'economia israeliana, dal rafforzamento dei settori tecnologicamente avanzati dell'industria, collegati alle produzioni militari, dalla relativa perdita di importanza dell'agricoltura. La finanza israeliana punta a integrarsi a quella europea e americana da un lato e ad aprire ai suoi investimenti i mercati dei paesi arabi dall'altro.In tutte queste fasi, é sempre cresciuta la popolazione israeliana, che ormai tocca i 5 milioni (di cui circa un milione di origine palestinese); è cresciuto costantemente il numero dei lavoratori e delle lavoratrici; e Israele ha utilizzato manodopera straniera a basso salario: in passato i palestinesi provenienti dalla Cisgiordania e Gaza; attualmente anche immigrati tailandesi e rumeni. 

LE GUERRE ARABO-ISRAELIANE- Alle fasi di sviluppo economico di Israele sono corrisposte le guerre coi paesi arabi. Il conflitto permanente tra Israele e gli Stati Arabi e causato dallo scontro tra le borghesie israeliana ed araba per l’egemonia nel Medio Oriente e non dalla “questione palestinese”. L’economia israeliana, dopo aver consolidato la sua potenza industriale negli anni ’60, ha sempre sofferto della ristrettezza del suo mercato interno e della sovrabbondanza relativa di capitali. Ha perciò teso ad espandersi e sottomettere gli Stati Arabi, che ovviamente non possono accettare di diventare satelliti. Israele è poi diventata, dagli anni ’70, una vera e propria potenza imperialistica regionale, in accordo (ma in autonomia e concorrenza) con la superpotenza americana e in potenziale conflitto con gli Stati imperialisti europei, primo fra tutti quello italiano interessato al dominio sul Mediterraneo.

La seconda guerra arabo israeliana scoppia nell’ottobre 1956. Il presidente egiziano Nasser nazionalizza il canale di Suez, sfidando le potenze ex-coloniali (Francia e Inghilterra), che perciò dichiarano guerra all’Egitto. Israele ne approfitta, attaccando l’Egitto ed attestando le proprie truppe sul Canale, salvo ritirarle in seguito su richiesta americana. La guerra si conclude con la nazionalizzazione del Canale da parte egiziana.

La terza guerra (dei “Sei Giorni”) scoppia nel giugno 1967. Il pretesto è la chiusura, decisa dall’Egitto, degli stretti di Tiran e del Canale di Suez alle navi israeliane. Israele neutralizza in sei giorni gli eserciti arabi e strappa alla Giordania la Cisgiordania con Gerusalemme; all’Egitto la Striscia di Gaza e il Sinai; alla Siria le alture del Golan. I palestinesi sono di nuovo costretti a fuggire dalla Cisgiordania e da Gaza per rifugiarsi nei “campi” del Libano, della Giordania, della Siria. La quarta guerra (del Kippur) viene scatenata nell’ottobre 1973 dall’Egitto e dalla Siria, i cui eserciti mettono per la prima volta in difficoltà quello israeliano, prima della sua vittoriosa controffensiva. A questa guerra segue nel 1978 il primo trattato di pace tra Israele ed Egitto (accordo di Camp David) che vede la restituzione del Sinai all’Egitto in cambio della rinuncia a sostenere la distruzione di Israele. Nel 1982-84 Israele aggredisce il Libano e ne conquista la capitale Beirut, infliggendo una dura lezione alla Siria (che dal 1976 occupava a sua volta parte del Libano) e una durissima punizione ai guerriglieri dell’OLP e ai rifugiati palestinesi (massacro di Sabra e Chatila, compiuto dai complici delle falangi libanesi.

Arafat è costretto a fuggire ignominiosamente da Beirut. Israele mira a infeudare il Libano alla propria economia (trattato del 1983). Il piano imperialistico israeliano suscita da un lato l’incontenibile rivolta popolare in Libano e dall’altro l’ostilità degli imperialisti italiani e francesi che spediscono a Beirut le proprie truppe come “forze d’interposizione multinazionale”. L’esercito israeliano viene così costretto a ritirarsi dal Libano (1983/1984). Nel 2000 dopo 15 anni di scontri con le milizie Hezbollah (organizzazione armata di mussulmani sciiti, appoggiata da Siria e Iran contro Israele), Israele abbandona anche la striscia di sicurezza istituita lungo il sud del Libano dal 1978.

ASCESA E DECLINO DEL NAZIONALISMO PALESTINESE-Il disastro degli eserciti arabi e l’occupazione israeliana di tutta la Palestina, nel 1967, aprono il periodo della lotta di liberazione nazionale palestinese. I nazionalisti, riuniti nell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina che riunisce tendenze moderate e radicali (Al Fatah, Fronte popolare per la liberazione della Palestina, Fronte democratico e popolare per la liberazione della Palestina) affermano per la prima volta il principio che la liberazione della Palestina e la distruzione dello Stato sionista non possono essere il risultato della guerra tra gli stati arabi e Israele, ma devono essere l’opera della lotta autonoma del popolo palestinese. La gioventù palestinese alimenta con forze sempre nuove i gruppi nazionalisti che compiono azioni di guerriglia, sabotaggio, dirottamento di aerei, in Israele, in Cisgiordania a Gaza e nel mondo intero. Israele contrattacca con brutali azioni militari rivolte contro i campi profughi in Libano e una spietata repressione nei territori occupati (Cisgiordania e Gaza). I vari stati arabi cooperano alla repressione del movimento nazionalista palestinese, quando questo non si sottomette ai loro interessi nel confronto con Israele o ne minaccia la stabilità politica interna (massacro del Settembre nero in Giordania 1970; guerra civile in Libano 1975/1985; espulsione di Arafat dal Libano per mano siriana nel 1983 etc.).La disfatta dell’Olp a Beirut nel 1982 per mano dell’esercito israeliano segna la fine del movimento nazionalista di guerriglia dei profughi palestinesi e l’inizio della politica di trattativa culminata negli accordi di Madrid (1988), Oslo (1993) e Washington (1995). Questi accordi sono fondati sul riconoscimento di Israele e sulla rinuncia da parte dell’Olp alla liberazione nazionale di tutta la Palestina. Il risultato di questa svolta sarà la costituzione dell’Autorità Nazionale Palestinese.

LE RIVOLTE PALESTINESI IN CISGIORDANIA E GAZA-Durante i 34 anni di occupazione della Cisgiordania, di Gaza e di Gerusalemme Est, Israele ha colonizzato le terre più fertili e importanti per ragioni militari, impiantandovi villaggi e cittadine ove vivono ormai oltre 200.000 persone. Si è impadronito delle risorse idriche; ha costituito un reticolo di strade a servizio esclusivo dei suoi coloni e del suo esercito. Questa politica è stata attuata da tutti i governi israeliani: laburisti, di destra, di grande coalizione. L’occupazione israeliana ha dapprima disorganizzato l’economia palestinese, sostanzialmente agricola. Ne ha poi castrato con mille cavilli e con la forza militare le possibilità di sviluppo. Ne è conseguito l’impoverimento e la “proletarizzazione” della maggior parte della popolazione dei territori, che non ha avuto altra risorsa se non quella di vendere le proprie braccia in Israele per salari bassissimi (all’inizio degli anni ’90 quasi 200.000 palestinesi lavoravano in Israele). Contro la brutale politica di dominio economico e militare israeliana, i palestinesi della Cisgiordania sono insorti già nel 1982. Allora l’esercito occupante è riuscito a reprimere la rivolta. Nel 1987 la potenza israeliana non è stata in grado di fermare l’Intifada (sollevamento) che è durata per sei anni, malgrado la durissima repressione con centinaia di morti, migliaia di feriti e l’incarceramento di decine di migliaia di giovani. 

L'Intifada ha dimostrato che un popolo in lotta per la propria emancipazione nazionale non teme l'esercito oppressore, neppure se questo é uno dei più organizzati eserciti del mondo.

GLI ACCORDI SULL’”AUTONOMIA PALESTINESE” E LA DEFINITIVA CAPITOLAZIONE DELL’OLP- L’impossibilità di domare l’Intifada con i mezzi militari e la nuova situazione determinatasi con la Guerra del Golfo (1991), hanno condotto il governo israeliano di Ithzak Rabin (laburista), vincitore delle elezioni del 1992, ad avviare trattative segrete con l’Olp, guidate da Arafat esiliato a Tunisi nel 1983. L’Olp si era già impegnata nel 1988 ad abbandonare il proprio programma di distruzione dello Stato di Israele accettando di riconoscerlo e di costituire un mini-Stato palestinese nei soli territori occupati. Le trattative sono culminate negli accordi di Oslo (13/9/1993), cui è seguito l’accordo di Washington (28/9/1995). Questi accordi hanno stabilito la costituzione di un’”Autorità nazionale palestinese”, con poteri amministrativi e di polizia su una parte della Cisgiordania e su Gaza. In sintesi i territori occupati sono stati suddivisi in tre zone: la “zona A”, costituita dalla maggior parte della Striscia di Gaza e dalle principali città della Cisgiordania (Ramallah, Jenin, Nablus, Tulkarem, Kalkilya, Betlemme, Gerico e gran parte di Hebron), sotto l’Autorità Plaestinese, che ha competenze di ordine pubblico, imposte locali, educazione e cultura, produzione e distribuzione elettrica; la “zona B”, 450 villaggi e città minori sotto controllo misto dell’esercito israeliano e della polizia palestinese; la “zona C”, 155 colonie, nonché basi militari, terre demaniali e vie di comunicazione, sotto esclusivo controllo israeliano. Ad Israele è rimasto il pieno controllo delle frontiere, dogane, porti ed aeroporti, telecomunicazioni e sul 77% delle risorse idriche. Gli accordi non contengono alcun punto su Gerusalemme Est, che è pertanto annessa ad Israele, nonché sul ritorno dei profughi, condannati quindi a restar tali per sempre. I trattati erano infine accompagnati da un “protocollo economico” che dà ad Israele il pieno controllo dei territori sotto amministrazione autonoma. L’allora ministro degli esteri di Israele, Shimon Peres, ha commentato l'intesa con queste parole: "L'accordo lascia nelle mani di Israele il 73% della superficie dei territori, il 97% della sicurezza e l'80% dell'acqua". In effetti, gli accordi di Oslo e Washington, hanno sancito la definitiva capitolazione dell’Olp rispetto al suo originario programma di liberazione nazionale e la sua finale trasformazione nell’autorità nazionale palestinese.

L’AUTORITA’ NAZIONALE PALESTINESE E’ UN COMPLESSO MILITARE AFFARISTICO SUCCUBE DI ISRAELE-Con il ritorno di Arafat a Gaza, il 12/7/1994, l’Autorità Palestinese ha iniziato ad amministrare l’ordine pubblico e l’economia delle “zone” affidate al suo controllo dopo i vari accordi succedutisi a quello di Oslo. L’Autorità capeggiata da Arafat e dai suoi uomini si basa di una grande forza poliziesca (oltre 30.000 uomini) e burocratica (oltre 30.000 individui), che assorbe per il suo mantenimento la maggior parte delle imposte locali e degli “aiuti internazionali”, ufficialmente concessi da vari stati arabi ed europei per fare “investimenti infrastrutturali”. Attorno e all’interno della burocrazia amministrativa e poliziesca operano dei gruppi di affaristi che controllano il commercio da e verso Israele, le forniture elettriche, idriche, ecc., le licenze per esercitare qualsiasi attività. L’Autorità si è così strutturata come un “complesso militare-affaristico”, che, nell’interesse di Israele, esercita i compiti di gendarmeria e gode del monopolio della ricchezza nelle zone sotto la sua amministrazione. Essa è, dunque, corresponsabile della miseria e dell’oppressione delle masse palestinesi, da cui viene temuta ed odiata.

L’ESPLOSIONE SOCIALE NELLA PALESTINA OCCUPATA. LA “SECONDA INTIFADA”-Dal 1994 in avanti, la situazione economica e sociale dei Territori e continuamene peggiorata. Infatti, i vari governi israeliani (Rabin, Peres, Netanyahu, Barak, Sharon, Peres) hanno favorito la sostituzione dei lavoratori palestinesi impiegati in Israele con altra manodopera importata dall’Asia e dall’Est europeo. Le frontiere coi Territori si sono chiuse per i lavoratori palestinesi sia nelle fasi di grande sviluppo dell’economia israeliana (1995/2000) sia nell’attuale fase recessiva. Inoltre Israele ha perseguito senza interruzioni la creazione ebraiche e la rapina delle risorse idriche e delle terre migliori. Da parte sua, il “complesso militare-affaristico”arafattiano, impotente nell’affrontare le conseguenze della politica israeliana, le ha addirittura aggravate con la sua amministrazione corrotta e poliziesca. Fin dal 1996 (“rivolta del tunnel” dal 24 al 29/9) si sono create le condizioni per l’esplosione sociale del proletariato e della gioventù di Cisgiordania e Gaza, condannati a vivere senza lavoro e senza mezzi, in condizioni di insopportabile miseria nelle “riserve indiane” amministrate dall‘Autorità con pugno di ferro. L’esplosione della gioventù proletaria e popolare dei Territori investe sia il potere oppressore di Israele sia quello degli affaristi arafattiani, incapaci entrambi di contenerla. Lo dimostra in maniera drammatica lo sviluppo della “seconda Intifada”; che dal 28/9/2000 infiamma i Territori occupata e sconvolge la vita delle città israeliane. In una spirale di interventi sempre più brutali dell’esercito israeliano nelle città palestinesi e di attentati suicidi compiuti da palestinesi nelle città israeliane,si contano ormai più di 800 morti e quasi 20.000 feriti tra i palestinesi e 200 morti e più di 1000 feriti tra gli israeliani. Israele accusa ipocritamente il “complesso militare-affaristico” arafattiano, cui aveva affidato il controllo delle masse palestinesi, di essere incapace di esercitarlo; e perciò utilizza di nuovo e direttamente il proprio esercito per terrorizzare la gioventù ribelle e chiudere i Territori, aggravando la miseria e gettando olio sul fuoco della rivolta. Lo sviluppo degli avvenimenti dell’ultimo anno comprova che, a differenza dell’Intifada del 1987-1993, il conflitto di classe che sta alla radice della Seconda Intifada non può trovare una soluzione su basi nazionali. Esso infatti supera il ristretto quadro dei rapporti borghesi (cioè dei rapporti di conflitto/concorrenza/collaborazione tra borghesia israeliana e palestinese) e sconta il fallimento storico del nazionalismo dell’Olp. Anzi, qualsiasi accordo raggiunto sulla costituzione di uno stato vassallo di Israele su parte della Striscia di Gaza e della Cisgiordania, per il quale proseguono trattative più o meno segrete, non può che aggravare la situazione. Nel quadro nazionalistico, i lavoratori israeliani e palestinesi sono e saranno condannati a continuare a scannarsi: i primi sotto la bandiera dell’imperialismo sionista; i secondi dietro una borghesia pronta a qualsiasi compromesso per conquistare un “posto” sullo scacchiere mediorientale (e questo vale sia per gli “affaristi” arafattiani che per i loro concorrenti “islamisti”, legati ai ceti possidenti interni e all’Arabia Saudita). Si deve anche ricordare che sia la borghesia israeliana sia quella palestinese utilizzeranno sempre l’odio nazionalistico e il fanatismo religioso per deviare e imprigionare il sollevamento delle masse immiserite; senza rinunciare a stipulare momentanei accordi, tregue tra un massacro e quello successivo, ma sempre fondati sull’oppressione del proletariato palestinese. 

Una via d’uscita dall’attuale terribile situazione c’è e consiste nel ripudio del nazionalismo, nella lotta per la costruzione di una federazione arabo-israeliana, fondata sul potere dei lavoratori, nel cui quadro il popolo palestinese potrà conquistare i suoi diritti nazionali ed il proletariato palestinese uscire dalla sua condizione di oppressione e sfruttamento.

E’ una prospettiva solo apparentemente lontana, che la lotta comune dei militanti internazionalisti, palestinesi e israeliani, potrà avvicinare. 



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