Studenti di tutti i poli unitevi


Di Federico Martucci e Collettivo Panoramix

 

L’università è sempre stata un luogo non soltanto di studio e apprendimento, ma anche un’opportunità per giovani che condividono un interesse culturale o scientifico di confrontarsi, discutere, portare avanti idee che possano in qualche modo influenzare il mondo nel quale a breve entreranno a far parte. A tale proposito l’esempio più significativo è quello del movimento di protesta nato nel 1968 che ha avuto due centri propulsori, università e fabbriche. Ma veniamo alla nostra facoltà: lo studente di medicina, all’interno del panorama universitario, è  un privilegiato:  la Medicina è l’unica scienza che trascende nell’Umanistico, nel sociale, è universale perché riguarda tutti noi(avremo bisogno di un medico prima o poi, no?), e l’università di medicina è un ritrovo per studenti, possiamo proprio dirlo (non senza un po’ di presunzione), più volenterosi e determinati di tutti quelli delle altre facoltà, se non altro per il numero di anni di studio.

Oltre ad interessare tutti, la Medicina influenza molti campi della vita pubblica: pensiamo all’economia ad esempio, mai come in questi ultimi anni la medicina è grosso argomento di discussione in questo campo. Come avrete letto, ci sono importanti cambiamenti in corso, come l’entrata dei privati e delle assicurazioni nella Sanità, la figura del Manager a capo degli ospedali, le mutue private per l’assistenza agli ultra 65enni disabili; queste ultime potrebbero, nei progetti del min. Sirchia, divenire obbligatorie per tutti gli anziani. In questo modo la Sanità pubblica avrà meno cittadini sui quali ripartire i pochi soldi a disposizione. Insomma, non voglio soffermarmi sull’attualità politica perché andrei fuori tema, ma possiamo dire che di tematiche sulle quali ragionare in quanto futuri medici ve ne sono e di molto  importanti.

Ma fare “politica” all’interno dell’università non è solo questo, ci sono cose più vicine a noi come i programmi dei corsi che studiamo, i corsi elettivi, i reparti, etc…nessuno di noi pensa che il corso di studi di medicina sia “perfetto”, credo.

Quando chiedo agli studenti di medicina cosa ne pensino riguardo il “fare politica” in università, la maggior parte di essi mi guarda male, come se all’interno della parola “politica” si nascondesse qualcosa di “immorale”; molti di loro sono magari socialmente attivi in organizzazioni extra-universitarie, ma in università preferiscono “vivacchiare” limitandosi alla minima presenza indispensabile per lezioni ed esami.

Certo, siamo in anni di rifiuto per la politica nazionale italiana, (e non abbiamo tutti i torti!) e così anche per noi diventa difficile portare avanti una piccola lista, che è politica solo nel senso più ampio del termine. Certo, si potrebbe controbattere che ci si può occupare dell’università anche senza avere intenti politici. Certo è possibile, ma siamo convinti che la politica coinvolga, che lo vogliate o meno, la vita di TUTTI noi. Potrà capitare che come medici responsabili di un reparto non avrete i soldi dall’ospedale per dare cure e far fare esami a tutti e dovrete quindi scegliere dove “tagliare”, oppure dovrete scegliere tra privato e pubblico, tra far entrare nuovi studenti in reparto per merito o per “amicizie”, oppure sciopererete anche voi per il rinnovo del contratto di lavoro. Questo è far politica, e se avremo voglia ora di confrontarci con ciò che riguarda l’università, e riusciremo ad ottenere qualche cosa, forse in futuro sapremo migliorare nel nostro piccolo l’ambiente di lavoro nel quale vivremo. Lo so, sembra il solito discorso astratto con tante belle parole, ma se avete letto, come spero, il nostro volantino per le elezioni, avrete visto che qualche cosa di concreto siamo riusciti ad ottenerla.

Purtroppo il clima che si respira in questi anni in università non è dei migliori: sembra che la maggior parte di noi non sia interessata ad un più trasversale della cultura medica; parlo personalmente, ma preferirei vedere nuovi gruppi o liste nascere, col le quali ci potessimo confrontare o discutere, piuttosto che assistere a questa “calma piatta” che frena gli impulsi costruttivi anche di chi avrebbe voglia di fare. Certo, come in un circolo vizioso, quando la maggioranza delle persone è “passiva”, i pochi “attivi” non hanno le forze sufficienti per concludere qualcosa, e così tirano avanti in un clima di delusione che spegne ogni buon proposito. Questo è successo nel  recente passato del Collettivo Panoramix: negli ultimi anni accademici, infatti, la mera sopravvivenza numerica è stata la problematica principale. Ci auguriamo che da quest’anno, con l’arrivo di nuove persone e i buoni risultati delle elezioni si possa fare qualcosa per il futuro, ma per questo abbiamo bisogno di partecipazione, consigli, critiche. Non è nostra intenzione chiuderci in una specie di “setta”, non possiamo fare a meno degli studenti che rappresentiamo in CDF e CCL, quindi speriamo di vedere più gente possibile partecipe ed interessata nei prossimi anni.

Certo, come convincere gli studenti a fare qualcosa per il quale non sono obbligati! Non è facile, specialmente se si hanno esami enormi come quelli della nostra facoltà.

Tuttavia, siamo ugualmente fiduciosi. Le cose da fare sarebbero tante, la Sanità italiana è a una svolta importante, noi – speriamo di sbagliarci – pensiamo che stia peggiorando. Anche all’interno dell’università le cose potrebbero cambiare; pensate solo al reparto, non potremmo chiedere più ore?

 Io sono in Erasmus a Varsavia, e posso dirvi che qui ogni esame ha le sue ore pratiche: è molto meglio che da noi e le ore totali di reparto sono molte di più. E’ possibile che in Italia ho dato Semeiotica 1 senza aver auscultato un cuore?!

Non dobbiamo mai dimenticarci che noi studenti siamo la linfa vitale dell’università: senza studenti l’università muore, senza studenti i docenti non hanno ragione di essere pagati. Insomma, non siamo una componente marginale ma il vero e proprio asse portante, anche da un punto di vista economico: pochi studenti significa pochi contributi statali. E per questo che abbiamo il diritto di ricevere un servizio e una formazione di alta qualità. La didattica non può essere giudicata da chi la impartisce ma solo da chi la riceve: siamo gli unici giudici! Ciò rende ancora più rilevante un nostro reale coinvolgimento nella vita universitaria. Le commissioni non possono molto se gli studenti per primi non evidenziano quali che siano i problemi. E i problemi, lo sappiamo, non sono pochi. Inoltre, i programmi di studio spesso  non affrontano temi la cui rilevanza è, tuttavia, notevole. Ad esempio, temi di bioetica, ruolo sociale della medicina, rapporto tra salute  ed economia. Qui, a mio avviso, risiede il valore dei collettivi, i quali, a prescindere dalle opinioni che sostengono, cercano di fornire una maggiore e più onnicomprensiva visione della medicina.

È questo un chiaro invito ad unirsi ai collettivi per vivere in maniera più partecipe la vita universitaria, ora, e la vita lavorativa, poi. Infatti, come numerosi specializzandi sottolineano, finiti i sei anni del corso di laurea i problemi non finiscono. A sentir loro, anzi, forse aumentano, a fronte della scarsa retribuzione, dei “baroni”, e del talora basso valore della didattica impartita. Fare sentire la propria voce è un diritto che gli studenti hanno guadagnato a fatica e perderlo per pigrizia o noncuranza sarebbe imperdonabile. Un alto livello di formazione, la possibilità di accedere alle scuole di specializzazione, la valorizzazione del nostro ruolo non sono optional. Conviene allora ricordarsi che nessuno può aspettarsi che i propri diritti vengano salvaguardati da altri o che la semplice critica, fatta in solitario, possa produrre risultati alcuni.

 

Giugno 2004

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