Pareri a
confronto
Intervista
doppia a Piergiorgio Duca e Laura Vizzotto
[professori
di statistica e anatomia del Sacco – ndr.]
a cura di Gabriele Colombini
1) Qual è stata la sua
formazione?
Duca: Mi sono laureato in Medicina nel 1973 e
specializzato in medicina del lavoro nel 1978. Dopo una permanenza di 8 mesi a
Londra, presso la London School
of Hygiene and Tropical
Medicine, mi sono specializzato in statistica medica.
Vizzotto: Università
di Milano. Ho cominciato a frequentare da studente l’Istituto di Anatomia Umana con l’obiettivo della realizzazione di
modelli matematici applicati in campo medico-biologico,
e l’ho perseguito senza ripensamenti, sotto la guida di due Maestri (e così
rispondo anche alla 4): il prof. Angelo Bairati
(“patriarca” dell’Istituto) e il prof. Alberto Miani;
quest’ultimo in particolare riconosco concretamente
come maestro; ha contribuito alla mia formazione didattica e scientifica con
l’approccio che un maestro dovrebbe avere: non cercare di riprodurre se stesso
negli allievi, ma scovare ed esaltare (anche con durezza e severità) le
capacità di ciascuno di loro, senza temerne il confronto; a lui va tutta la mia
riconoscenza ed il mio affetto.
2) Di che cosa si occupa
nelle sue ricerche e quale studio l'ha coinvolta maggiormente?
Duca: Lavorando alla mia tesi di laurea, presso
l’istituto di biometria e statistica medica dell’università di Milano diretto
dal prof. GA Maccacaro, ho iniziato a occuparmi di condizioni di salute in ambiente di lavoro e
di metodi di indagine che, combinando
risultati di studi clinici e indagini a mezzo questionario, valorizzassero il
gruppo omogeneo operaio nella ricerca e nella ricostruzione del ciclo
produttivo, favorendo così la possibilità di promuovere una effettiva
prevenzione primaria. In seguito mi sono occupato dell’estensione del metodo di indagine a diverse altre realtà, occupandomi anche della
raccolta dei risultati di esperienze condotte negli anni 60 e 70 a livello
nazionale.
Questa
esperienza, tra l’altro, mi ha imposto di acquisire le competenze
metodologiche, in campo epidemiologico e statistico, che poi ho
avuto modo di applicare anche alle ricerche di epidemiologia clinica ci cui ora
mi occupo.
Vizzotto: Metodi quantitativi nella ricerca di base
ed applicata. Ogni studio mi coinvolge, altrimenti non accetterei
di farlo. Questo ha sicuramente penalizzato la mia carriera accademica: grazie
al cielo sono riuscita a stare a galla pur conservando
una certa libertà. D’altro canto sono anche molto coinvolta nella
sperimentazione ed organizzazione della didattica, che in Italia viene
purtroppo ancora considerata figlia di un dio minore. Anche
questo ha sicuramente penalizzato la mia carriera accademica.
3) Se si guarda indietro
riconosce un maestro? Se si, chi?
Duca:E’ difficile rispondere ad una domanda come
questa. Se per Maestro intendiamo una persona a cui ispirarsi per il proprio
lavoro e impegno di vita, la risposta è positiva: si
tratta del professore con il quale ebbi l’onore di preparare e discutere la
tesi di laurea.
Se
per Maestro intendiamo una persona alla quale ci si sia
potuti appoggiare per un tratto significativo della propria formazione e crescita culturale e
professionale, la risposta è negativa, poiché troppo breve fu la durata del
lavoro svolto sotto la direzione del professore Maccacaro
prima della sua prematura scomparsa.
Vizzotto: vedi risposta 1
4) Pro o contro il sistema degli
elettivi?
Duca: Sono certamente favorevole ad un sistema
didattico nel quale sia prevista la libertà, per lo
studente, di seguire un percorso di formazione parzialmente gestito in modo
autonomo, di buon livello per quanto riguarda il contenuto e di buona efficacia
per quanto riguarda la modalità didattica. Ma è questo l’attuale standard del
sistema degli elettivi ? Credo di notare nel sistema
ancora un ampio margine per il miglioramento, sia in termini di
ampiezza dell’offerta sia per quanto riguarda qualità e efficacia della
didattica. Ma in questo gli studenti possono essere
anche migliori giudici e non credo si possa raggiungere il miglioramento
auspicato senza il forte contributo
della loro partecipazione.
Vizzotto: Sono presidente della commissione
elettivi, e coi Colleghi commissari abbiamo lavorato e
continuiamo a lavorare strenuamente per rendere il sistema ottimale, sia dal
punto di vista formativo che gestionale: solo così il sistema degli elettivi
può realizzare tutte le proprie potenzialità positive.
5) Si è mai chiesto cosa
pensano i suoi studenti della sua materia?
Duca: Me lo chiedo e lo vengo a sapere tutte le volte che leggo le vostre schede di
valutazione finale, specie quelle libere (bianche). L’unica speranza è che, con
il crescere, soprattutto per il corso di Introduzione
alla Medicina, gli studenti si possano ricredere (ma a scanso di equivoci, mi
sto impegnando perché il corso venga radicalmente rinnovato).
Per
quanto riguarda invece Statistica, per il quale mi documento allo stesso modo,
temo che il problema sia della forte autoselezione degli studenti che seguono e, di conseguenza,
che compilano la valutazione. In realtà mi chiedo sempre quale sarebbe il
giudizio se si esprimessero anche quelli che non partecipano con assiduità,
diciamo.
In
conclusione, come potete ben intuire, non si tratta in nessun caso di pensieri
edificanti.
Vizzotto: Me lo chiedo e lo chiedo loro ogni
giorno, mi sembra ovvio.
6) Come giudica la
preparazione dello studente di medicina milanese al termine dei sei
anni?
Duca: Per spirito di patria, vorrei poter dire
che la preparazione degli studenti milanesi è la migliore. Ma mi manca un reale
riscontro oggettivo, che un sistema come si deve di valutazione e promozione della qualità dovrebbe prevedere. Quindi restano le valutazioni all’ammissione delle scuole di
specializzazione e, forse, i risultati del nuovo esame di stato.
Forse
un indice indiretto potrebbe emergere anche dalle valutazioni che gli studenti
stessi danno dei vari corsi seguiti. Ma forse anche perché sarebbe difficile
interpretarli a questo scopo (se negativi, potrebbero leggersi come
dimostrazione che i nostri studenti sono molto esigenti, ergo ben preparati, se
positivi, indicherebbero che i corsi sono buoni e di
conseguenza …) non mi pare vengano presi troppo sul serio (o sbaglio ?).
Vizzotto: Decisamente
buona, sopra la media per gli atenei italiani e in ottima posizione anche in
ambito comunitario ed extracomunitario (e non parlo del terzo mondo).
7) Esiste il clientelismo
all'interno dell'Università e quanto è premiata la meritocrazia?
Duca: Persone meritevoli che non hanno trovato
posto nell’università, mi è capitato di vederne, così come persone
immeritevoli, che invece vi ci hanno trovato una comoda collocazione.
Ma il problema non è che questo capiti, nessuno penso
creda di vivere con Alice nel paese delle meraviglie, ma piuttosto che non ci
sia un sistema premiante che renda questo modo di procedere penalizzante per
chi lo promuove. Dovrebbe valere un principio esplicito di responsabilità
individuale che penalizzi chi fa scelte clientelari o anche soltanto improvvide
(non sempre si tratta di mala fede).
Probabilmente infatti non è possibile prescindere, per il reclutamento
universitario, da una forma di cooptazione che non
può non facilitare una certa autoreferenzialità, ma
questo sarebbe meno deleterio per la struttura se il tutto avvenisse in modo
più trasparente e responsabile, un modo
che la scelta autonoma della singola sede universitaria potrebbe favorire.
Vizzotto: Il clientelismo esiste dovunque, e a
priori potrebbe avere qualche lato non del tutto negativo: è uno strumento in
se e per se né buono né cattivo, dipende da come viene
applicato. Proprio nella misura in cui la meritocrazia (in cui credo
fermamente) non è sufficientemente affermata o regolamentata,
il clientelismo nelle mani di responsabili onesti ed obiettivi potrebbe
supplire a questa carenza, applicando di fatto le regole della meritocrazia.
8) Che cosa pensa della
riforma Moratti ?
Duca: Penso che con il bisogno di ricerca
e di ricercatori che abbiamo in Europa in generale, e
in Italia in particolare, non sia conveniente precarizzare
ulteriormente la figura del ricercatore. Infatti già
ora la carriera universitaria non e' costituita
solo da posizioni a tempo indeterminato ma si arriva alla prima
posizione permanente, quella di ricercatore, retribuita circa 1100 euro al
mese, solo a 35-40 anni. Si è quindi già sottoposti a tre periodi di conferma,
ciascuno di tre anni, in corrispondenza del livello di ricercatore, associato e
ordinario. Bisognerebbe piuttosto definire meglio un percorso che desse ai meritevoli opportunità di emergere al di là delle
disponibilità economiche di famiglia e degli interessi a breve termine di singole
aziende.
Inoltre la scelta della riforma Moratti, come altre scelte dell’attuale governo in tema di
giustizia, fiscalità, servizi sociali, politica internazionale, ci porta
lontano dall’Europa, dove si è valutato che l'aumento degli investimenti nelle risorse umane per lo sviluppo e la formazione dei ricercatori porterebbe una
crescita economica supplementare dello 0,5% annuo del PIL e di 400000 nuovi
posti di lavoro all'anno a partire dal 2010, se si
arriva per quell’anno ad investire nel settore il 3%
del PIL stesso. Ciò è tanto più necessario per l’Italia se si pensa che abbiamo
il numero più basso di ricercatori per mille lavoratori (2.8 contro la media
EU=5.4 USA=8.1, Giappone = 9.3) e un investimento in
ricerca dell’1,1% del PIL (EU=1.9,
USA=2.7 Giappone=3).
Tutto questo dovrebbe bastare per dire
che, se effettivamente una riforma occorre, non deve andare nella direzione
della:
-
abolizione della figura del ricercatore con
sostituzione di contratti cococo 5+5
-
introduzione di una abilitazione nazionale per i
livelli di associato e di ordinario con
successiva valutazione o procedura di selezione locale e chiamata su un
contratto e tempo determinato della
durata di 3+3 anni.
-
abolizione della distinzione tra tempo pieno e
definito per i docenti universitari
nonché l'incompatibilità'con lo svolgimento di attività professionali e di consulenza esterna
ma piuttosto in quella di portare un
sistema universitario e della ricerca sottodimensionato, sottopagato,
sottoimpiegato al livello di quello di altri paesi europei, anche inserendo i
necessari periodi a tempo determinato in un progetto di carriera che davvero
favorisca il merito e la maturazione.
Vizzotto:
Bisognerebbe innanzitutto accordarsi su quale delle numerose versioni che i media ci propinano sia la più probabile: io mi attengo
allo schema di disegno di legge delega
approvato dal Consiglio dei Ministri in data 16 gennaio 2004, denominato
“Riordino dello stato giuridico e del reclutamento dei professori universitari”
(penso sia a questo che fate riferimento); non trovo nel progetto cenni
specifici ai fondi destinati alla ricerca (si parla se mai di convenzioni fra
università e soggetti pubblici o privati per la realizzazione di programmi di
ricerca). Invece la messa ad esaurimento del ruolo dei ricercatori è una
costante in tutte le versioni, anche se non è invece univocamente definita la
proposta alternativa: si parla di contratti (che in alcune versioni sono
definiti di collaborazione coordinata e continuativa,
in altre di diritto privato o altro) quinquennali rinnovabili una sola volta
per i quali il possesso del dottorato o della specialità rappresenterebbe
requisito preferenziale. Anche se sarebbe indispensabile inquadrare queste
proposte nell’ambito della normativa riguardante il successivo avanzamento di
carriera (quindi reclutamente dei professori) mi pare
comunque che 10 anni di precariato senza garanzie (e
pare precaria anche la retribuzione, determinata nei limiti delle compatibilità
di bilancio) siano veramente troppi: mi auguro che venga riformulata la
proposta, ma in modo organico col resto della legge. In particolare (ma forse è
già stata tagliata o corretta) mi pare incredibile la proposta di consentire a
coloro che in 10 anni non sono riusciti ad entrare nel ruolo di professore di accedere alla dirigenza pubblica o al ruolo nelle scuole
elementari, medie e superiori: pazzesco!
9)
Cosa pensa della legge sulla fecondazione assistita
recentemente approvata in Parlamento?
Duca: Dal punto di vista dell’assistenza
medica, mi sembra condivisibile un lapidario giudizio letto recentemente:
Sarebbe stato più serio proporre una legge di un unico articolo: "Il
ricorso alla procreazione medicalmente assistita è vietato".
Ma è ingeneroso chiedere ad un governo, che
della smentita sistematica, del dire e non dire, della suggestione mediatica ha fatto un arte, di
essere schietto fino in fondo. D’altra parte chi entrando in un’osteria
pretenderebbe un giudizio schietto e veritiero da parte dell’oste sulla qualità
del vino che vende ?
In effetti mi sembra, sostenuto da persone più
competenti e più coinvolte di me nella problematica, che la legge sia piuttosto
penalizzante per la donna, essendo piuttosto frutto di un’adesione ad una
visione molto parziale del problema, come dimostra anche il divieto alla
fecondazione eterologa, di una scelta ideologica
indirizzata più ad ottenere il sostegno della gerarchia cattolica, magari
suggerendo un possibile prossimo attacco anche alla legge 194 sull’interruzione
volontaria di gravidanza, che ad affrontare il problema di salute della coppia
sterile.
Dal punto di vista della ricerca risulta almeno inquietante l’equiparazione fra embrione e
persona umana, fatta sempre in ossequio della prospettiva ideologica di cui
sopra, che arriva a rendere impossibile una ricerca che, sempre a detta di
quanti più di me sono esperti nel campo, potrebbe rivelarsi fondamentale in
futuro per il trattamento di gravi malattie.
Vizzotto:
Può essere perfettibile, ma ritengo che comunque una
“cattiva” legge sia meglio di nessuna legge. In sintesi, mi trovo pienamente
d’accordo sull’art.5:
“…possono accedere alle tecniche di procreazione
medicalmente assistita coppie di maggiorenni di sesso diverso, coniugate o
conviventi, in età potenzialmente fertile, entrambi viventi”: mi pare un’ottima
sintesi (e sottolineo l’assoluta laicità e “biologicità”
del mio punto di vista) che mette finalmente un freno ad una deregulation
galoppante che stava conferendo connotati tragicomici al problema, svilendone
di fatto l’importanza; ho invece molte perplessità sugli art. 13 e 14 (misure
di tutela dell’embrione), ma il discorso sarebbe troppo lungo.
10)
Devolution sanitaria: follia o reale miglioramento
del sistema sanità?
Duca: Se per devoluzione sanitaria si intende portare più vicino alle persone, ai diretti
interessati, la sede decisionale, ben venga la devoluzione. Se però questo deve
significare l’atomizzazione del Sistema Sanitario ed il fai
da te burocratico regionale, senza solidarietà, equità, uniformità di
trattamento, con il trionfo dell’economicismo, allora si tratta di una follia.
Quale delle due interpretazioni quindi ? Mi sembra
che, anche in considerazione del quadro politico dominante, la seconda che ho
detto sia l’interpretazione più appropriata.
Vizzotto:
Ovviamente dipende da come viene realizzata.
11) Crede che sia in atto un processo di privatizzazione della sanità? La sanità pubblica è un valore
da difendere?
Duca: Diciamo che, grazie alla devoluzione, in
alcune regioni la privatizzazione, intesa come trasferimento al privato di ciò
che fino a ieri era nel pubblico, è un processo molto
avanzato: infatti mettere il pubblico in condizione di non poter competere
tagliando i finanziamenti porta a questo risultato; ancora di più però opera in
questa direzione il favorire l’idea che con l’esercizio di un’attività
sanitaria privata anche chi lavora nel pubblico può arricchirsi, ottenendo di
trasferire il privato nel pubblico, non più penalizzando la scelta del tempo
parziale ma penalizzando nei fatti chi sceglie il tempo pieno. Naturalmente questo mentre è evidente a tutti che un sistema di
sanità pubblico come quello che abbiamo già (meglio ancora se ulteriormente
migliorato in efficacia ed efficienza) costa di meno e produce di più di un
analogo sistema privato. Ma evidentemente l’enfasi sul “buon governo”,
per l’attuale governo, è solo pubblicità, non un’idea portante,
come documentano le numerose scelte che penalizzano finanziariamente il paese
per favorirne settori ridotti, quando non una sola persona o una sola azienda.
Comunque, per chi volesse approfondire la
problematica sullo stato attuale della sanità italiana, segnalo le riflessioni
che Ivan Cavicchi ha raccolto nel libro “La privatizzazione silenziosa della
sanità. Cronache sul razionamento del diritto alla salute” Datanews 2003.
Vizzotto:
Perché non girate la domanda a Formigoni?
12) Che cosa pensa del movimento pacifista?
Duca: Penso che sia, insieme al movimento no-global o new-global che dir si
voglia, la giusta risposta che un giovane (ma non solo) può dare, in questo
momento storico, alle scelte dissennate che alcuni governi hanno compiuto e
stanno compiendo, con assoluta mancanza di responsabilità soprattutto per le
generazioni future.
Si tratta certo di un’utopia, ma ci mancherebbe
che i giovani (e non solo loro) non si ispirassero
anche alle utopie. D’altra parte si è dimostrato, nei fatti, quello dei
pacifisti un approccio meno ingenuo, velleitario e miope (forse soltanto più
onesto) di quello di coloro che hanno promosso
(qualcuno senza dirlo esplicitamente) una guerra di cui non si vede la fine (ma
della quale si indovinano le finalità). Sono gli stessi che cercano di imporre
come globalizzazione il trionfo del pensiero unico.
Un’epoca in cui il mondo si è fatto piccolo
ha bisogno di segnali di speranza per un futuro migliore.
Vizzotto:
Questa domanda c’entra proprio come i cavoli a merenda con il resto
dell’intervista.
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Giugno 2004 |