Tradizione
ed innovazione a confronto
La conferenza organizzata dal
collettivo Panoramix sulle terapie non convenzionali
di Giulia Valentini, Claudia Andreetti e Roberta Villa
Martedì 11 maggio si
è svolta presso il polo didattico dell’ospedale Sacco una conferenza dal titolo
“Tradizione e innovazione: principi e prove di efficacia
delle medicine alternative” organizzata dal Collettivo Panoramix.
L’obiettivo è
stato quello di integrare le consuete conoscenze degli studenti di medicina
offrendo loro una visione più ampia dell’orizzonte medico tramite l’esposizione
di metodi di cura alternativi derivanti da altre culture.
Punti
di vista simili tra di loro si sono incontrati e hanno
dialogato. Ne è nata una discussione articolata in cui
hanno dato il loro contributo diversi relatori: dott. Motelli,
omeopata, dott. Mosca, esperto di medicine tradizionali cinesi, dott. Meersseman, chiropratico, prof.
Duca, docente di statistica medica ed epidemiologo, prof.
Vago, anatomopatologo nel ruolo di moderatore.
La
discussione è stata introdotta dal prof. Duca, il quale ha relazionato
offrendo un breve excursus sul metodo scientifico e sulle prove di efficacia
inerenti alla validità di una cura. Inoltre il prof. Duca si è posto una
domanda -“per medicine non convenzionali, l’efficacia non convenzionale
funziona?”- alla quale ha risposto con un secco no.
Successivamente la parola è passata ai relatori.
La
dott. Motelli ha enunciato i principi dell’omeopatia
– metodo di cura consistente nella somministrazione in minime dosi di sostanze
che nell’uomo sano provocano gli stessi sintomi della malattia che si vuole
combattere- i quali si basano su un procedimento che risale a circa 200 anni
fa: l’estrapolazione dell’energia insita all’interno delle sostanze, energia
che, diluita in acqua al 90%, cura la malattia. Una sostanza viene
pestata ripetutamente così da essere disgregata, in questo modo si libera
un’energia dotata di proprietà e caratteristiche affini ai sintomi della
patologia in esame secondo il principio “il simile cura il simile”. L’omeopatia
non si limita all’impiego di una terapia destinata all’eliminazione del
sintomo, ma tenta di debellare la causa prima d’origine del male riportando
l’organismo intero in uno stato di piena salute, onde evitare che il processo
patologico si manifesti nuovamente con l’insorgere di altri
sintomi.
Peculiare
si è dimostrato l’intervento del dott. Mosca il quale, esperto di agopuntura e shatzu, ha
preferito non esporre i cardini di una medicina
così antica in un lasso di tempo tanto breve soffermandosi piuttosto
sull’opportunità di considerare – come del resto già accade nei paesi
stranieri- le medicine da noi definite “alternative” semplicemente – e più
correttamente- “non istituzionali”.
In
un breve intermezzo il dott. Meersseman ha indicato i
principi della chiropratica, la quale si basa sulla
convinzione di poter guarire il corpo malato attraverso la cura, veicolata
dalla pratica dei massaggi, della colonna vertebrale. Secondo tale metodologia infatti il rachide rappresenta il fulcro del nostro
organismo, in quanto è adibito alla recezione di
stimoli e alla trasmissione delle risposte. Il dott. Meersseman
ha attirato la nostra attenzione sul concetto di “sublussazione”:
nel momento in cui si manifesta una sublussazione tra
una vertebra e l’altra, si creano degli squilibri capaci di determinare
l’insorgenza di svariate patologie. Solo tramite la cura della sublussazione e attraverso massaggi a livello della colonna
vertebrale è possibile guarire il paziente.
È
stato a questo punto interessante seguire la discussione che si è snodata tra i
relatori (degno di nota l’intervento del prof. Mariotti
e lo scetticismo del prof. Vago e del prof. Duca), dalla quale si è evinto che
sicuramente, a favore delle medicine alternative -o meglio “non istituzionali”-
depone il loro essere caratterizzate da un approccio complessivo e globale alla figura del paziente, contrariamente a quanto
accade con la cosiddetta “medicina occidentale” la quale tende sempre più
all’applicazione di terapie volte alla cura della specifica patologia e del
singolo sintomo.
Forse
è vero che una sorta di “imperialismo culturale” impedisce di riconoscere ad
altri approcci -che non siano quelli tipici della medicina occidentale- una
propria validità, ma è altrettanto vero che l’esiguità delle sperimentazioni
non consente di acquisire quei dati e quelle informazioni che, nel riconoscere
pari dignità a differenti approcci terapeutici, ne confermino la validità.
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Giugno 2004 |