Esperienze
sul campo
Un mese a
Calcutta
di Federico Cirillo
La
prima cosa che ti colpisce dell’India è l’aria: è densa, calda, umida, come nel
bagno appena esci dalla vasca, sembra che ti abbracci e ti riempia
completamente. Quando sono sceso dall’aereo a Bombay
l’ho sentita fortissima ed estranea. A Calcutta ti sorprende la vita che
brulica in ogni angolo… ma raccontiamo bene, dall’inizio.
Dopo
aver frequentato alcune riunioni milanesi dell’Associazione Calcutta Village Project (CVP) e sotto la spinta
di mia sorella che era stata anni prima ho deciso di partire per passare un
mese a Calcutta con altri 4 studenti di medicina da tutta Europa, che arrivano
attraverso il SISM (Segretariato Italiano Studenti di Medicina) e l’IFMSA (il
corrispondente internazionale).
Per
più di 30 giorni, ogni mattina mi svegliavo in un appartamento che condividevo
con gli altri ragazzi, uscivo da sotto la mia zanzariera e mi buttavo nel traffico più caotico che avessi mai visto.
Passavamo mezz’ora su un autorickshaw, che
è un incrocio tra una Vespa, un Ape e una scatola di
sardine. Superando mezzi ad ogni tipo di trazione, la città cominciava a
sfaldarsi ed entravamo nella campagna indiana, si cominciavano a vedere le
risaie verdissime e le buche ci facevano sobbalzare ancora un po’ di più.
Una volta arrivati venivamo accolti dai larghi sorrisi dei
lavoratori e dei volontari, tutti indiani, dell’Institute
for Indian Mother and Child con cui il CVP
collabora da più di 10 anni. Poi ci dividevamo in due gruppi: uno che rimaneva
alla clinica e l’altro che andava negli ambulatori; la clinica contiene la
maggior parte degli uffici del progetto, con tutte le sue parti, ed ospita fino
a 18 madri con i loro bambini. Le persone che vengono
ricoverate sono di solito affette da malattie dell’infanzia, parassitosi, funghi o ferite infette, che si sommano a
stati più o meno gravi di malnutrizione. I pazienti vengono dalle campagne
della zona, anche dopo chilometri e chilometri a piedi e possono rimanere anche
varie settimane, in una struttura che, dal punto di vista indiano, è ottima.
Gli
ambulatori, invece, sono delle strutture molto più
semplici: alcuni non hanno né luce né acqua, in cui una volta alla settimana,
con un ciclo di turni ci si reca, con gli operatori sanitari, i medici e le
infermiere indiane, per visitare e curare le persone dei villaggi più lontani,
che non hanno alcuna possibilità di accedere alle strutture ospedaliere né
statali né private, per distanza e prezzo. In queste mattinate potevamo o
visitare i pazienti insieme alle sempre molto disponibili dottoresse, oppure effettuare i trattamenti loro prescritti: per la maggior
parte somministrare vitamine, pulire ferite, curare parassitosi
(scabbia, pidocchi,…) o controllare la pressione dei pazienti più anziani.
Alcuni
ambulatori, più grossi e meno nuovi, hanno strutture più grosse e si possono effettuare prelievi per le analisi o accompagnare le
dottoresse che seguono le donne incinte.
Nel
pomeriggio, dopo aver mangiato con i lavoratori e gli altri volontari, avevamo
il tempo per riposarci e per conoscere tutte le altre parti del progetto. In
questo le persone che fanno parte dell’IIMC sono delle
guide entusiaste, a cominciare dal dott. Sujit Mandal, il fondatore, e da sua moglie Barnali,
che si occupa della parte educativa.
Io
ho visitato alcune scuole costruite e gestite dall’IIMC,
la banca del microcredito, sostenuta anche con fondi della Regione Lombardia, e
alcuni progetti agricoli e di irrigazione.
Il Calcutta Village Project
mi ha dato la possibilità di cominciare a capire la realtà indiana, con i suoi
fortissimi contrasti, i suoi splendori e le sue miserie, nell’unico vero modo:
guardandola con gli occhi e toccandola con mano.
Mi
ha dato anche la possibilità di vedere e di contribuire ad un progetto di
cooperazione e sviluppo che funziona, un progetto di autosviluppo in continuo movimento, con i suoi pregi ed i
suoi difetti, oltre che, ovviamente, di imparare cose enormi sia teoriche che
pratiche, per uno studente di Medicina del II anno.
Ma soprattutto di fare un’esperienza umana veramente forte, che
per me può cambiarti molto, assieme ad altre persone con cui confrontarsi e con
cui crescere.
Tornato
a Milano ho continuato a seguire l’associazione assiduamente ed ora faccio
parte del gruppo che seleziona i volontari che vogliono andare in India, ma la
nostalgia di Calcutta e dell’IIMC è troppo forte e
così quest’anno ritornerò, per un altro mese, a
Calcutta!
Per conoscere meglio il
progetto e contattare i responsabili:
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Giugno 2004 |