Utopia e realtà: di ritorno da Porto Alegre

Riflessioni sulla conferenza con il coordinatore del Forum Social Mundial, organizzata a Monza dal Collettivo Panoramix


di Marianna Gregorio


"Che cosa è l'utopia? L'utopia è qualcosa che sta lì e tu sei a due passi di distanza, fai due passi, fai per prenderla ma lei è sempre a due passi da te; allora fai altri due passi ma lei è sempre più avanti di te. A che cosa serve l'utopia? Serve perché io cammino e creo un movimento. E questo è Porto Alegre."
Così Del Roio, coordinatore del Forum Sociale Mondiale, ha concluso il suo intervento alla conferenza del 20 marzo 2002 a Monza, conferenza pienamente dedicata ai cinque giorni di Porto Alegre, in Brasile. Insieme a Del Roio, alla conferenza è intervenuto Flavio Mongelli, presidente ARCI Milano; entrambi hanno contribuito a dare voce a quanto sta fermentando all'interno dei movimenti sociali che si sono incontrati a gennaio a Porto Alegre e hanno portato nel nostro piccolo universo una ventata di speranza. Com'è possibile non sentirsi rincuorati nel sapere che tanta gente si sta muovendo nel mondo? Com'è possibile non sentirsi stimolati ad andare avanti a continuare a lottare, sapendo che esistono milioni di ragioni e di persone per cui vale la pena sperare che davvero " un altro mondo è possibile"?
I due relatori ci hanno permesso di continuare a credere nei nostri sogni e - perché no - nelle nostre utopie, se queste possono permetterci di creare un movimento tale da cambiare ciò che di questo mondo (anche nel nostro piccolo) non ci piace.
Voglio riportare alcuni temi che sono emersi durante la conferenza e che - credo - hanno bisogno di essere conosciuti. Mongelli ci ha parlato dell'anima di Porto Alegre, dei movimenti e delle persone che ne fanno parte. Ha sottolineato le differenze che ha sentito tra i movimenti provenienti dal nord e dal sud del mondo. Parlare di nord e sud del mondo rispecchia il punto di vista di chi è costretto a vedere questa distinzione: le vicende socioeconomiche in alcuni paesi hanno contribuito a mantenere e ad allungare le distanze tra una parte ricca e una parte povera del mondo. Solo così si può intendere un sud che guarda il nord dal basso vero l'alto, che vede realizzate nella sua realtà delle decisioni imposte da fuori. I movimenti del sud partono dalla gente e coinvolgono la maggioranza. Il nord invece è rappresentato da una minoranza, da un'élite che non esaurisce tutto l'Occidente. C'erano le associazioni, le ONG, i rappresentanti dei partiti politici, non c'erano dei movimenti di massa. E' interessante constatare che queste rappresentanze occidentali, pur con diverse ispirazioni, sono accomunate dal rifiuto della rappresentazione che l'occidente dà di se stesso nel sud del mondo. Ad essere superficiali, è comodo pensare a McDonalds come al simbolo della globalizzazione neoliberale ed è ancora più comodo pensare ai movimenti del nord come contestatori boicottatori, più o meno violenti, di questo e altri simboli associati all'Occidente. Sì, i movimenti sono anche contro questi simboli; ma il fatto è che tutte queste associazioni possiedono una profonda sensibilità per il futuro del sud mondiale: vogliono e si stanno battendo per il riconoscimento dei diritti violati, vogliono affrontare il rapporto tra economia e questione sociale, vogliono che tutti possano avere una dignità ed un lavoro, senza essere sfruttati.
C'è però una nota dolente. Quanto stanno facendo i governi dell'occidente per risollevare l'economia di questi paesi? Pochissimo e - cosa più triste - non sembrano mostrare l'intenzione di cambiare le regole. A Monterrey è fallita la proposta di aumentare il contributo da devolvere ai paesi del sud del mondo e la conferenza si è conclusa con un nulla di fatto.
Del Roio ha incentrato il suo intervento sugli anni che hanno preceduto l'ultimo Forum Sociale e ha voluto ripercorrere alcune vicende di un recente passato, che riguarda i movimenti che animano Porto Alegre. Ci ha parlato di situazioni e contestazioni di cui, purtroppo, molti di noi non hanno potuto apprendere dai mezzi di comunicazione di massa, per una semplice ragione: non se n'è mai parlato. Ci ha parlato della situazione di alcuni contadini sudamericani: nelle loro terre l'acqua è privatizzata. Questo significa che il contadino non può usufruire liberamente dell'acqua del suo campo, ma deve pagarla al proprietario, e se non può pagarla, può perdere il raccolto, a rischio della sua esistenza e di quella della sua famiglia. 
Cosa c'è di più ovvio per un contadino che rischia la vita se non cercare un modo per esprimere il suo dissenso, per trovare un'uscita da un sistema che non gli garantisce un diritto fondamentale, cioè la sua sopravvivenza?
A Porto Alegre si sono riunite le ragioni dei contadini (nell'organizzazione della via contadina), si sono ritrovati i sindacati, come quello statunitense che nel 1996 si è dichiarato espressamente contro l'economia neoliberale, si sono sentite le ragioni delle donne, riunite nella Marcia delle donne.
Il movimento è giovane e non ha ancora un coordinamento ben definito, Del Roio stesso ha detto che i partecipanti al Forum seguivano cinque o sei conferenze al giorno tra le 300 previste, per cui non tutti conoscono tutti i temi affrontati. Ma Porto Alegre è un'occasione cui i manifestanti non possono mancare. Il fatto di sentirsi parte di un movimento così grande ed eterogeneo esprime la speranza di queste persone in un mondo diverso. Chi si sta muovendo crede di poter cambiare qualcosa, crede che non sia giusto che solo otto paesi ricchi decidano delle regole che vadano bene per tutti, crede che sia possibile riaffermare i propri diritti, in nome del fatto di volersi sentire protagonisti della propria storia e registi delle proprie vite.

Il racconto dei due relatori è stata una grande testimonianza, nella nostra facoltà, di cosa sia Porto Alegre, ha portato nella nostra realtà la storia di persone lontane, le ragioni delle lotte attuali e le condizioni di chi vive, a stento, con meno di un dollaro al giorno, di chi - a distanza di anni luce dai nostri agi e dalle nostre comodità - lotta per sopravvivere; e questo è qualcosa di aberrante.
Il collettivo di Monza ha fortemente sentito l'esigenza di realizzare questa conferenza e il sentire le parole di chi ha partecipato personalmente ad un evento così importante ha richiamato, ancora una volta, il bisogno di non restare fermi, ma di prendere una posizione e continuare a sostenere e a credere nelle proprie idee.
Mi piace pensare che la futura classe dirigente di un paese sia formata da persone complete e sensibili alle vicende sociali, economiche e politiche; e mi piace pensare che le persone siano capaci di entrare così profondamente in una realtà da farla cambiare, se questa non rappresenta "il migliore dei mondi possibile". Perciò concludo e rivolgo un appello a tutti coloro che vorrebbero fare qualcosa: gli studenti sono la linfa vitale di un'università, gli studenti possono decidere come lavorare, cosa organizzare e come farsi sentire in università. Per il futuro, proponiamo qualcosa che possa suscitare l'interesse di un maggior numero di persone e che ci permetta di costruire qualcosa insieme! 

Giugno 2002 torna all'home page