Il paese delle cicale
Appunti di un viaggio in Brasile
di Lisa Rocca Rey
Recife e' una grande città e pullula di ospedali, quasi tutti vuoti. "Meno male!"- direte voi- "Vorrà dire che i Brasiliani stanno benone!". In realtà non e' proprio così. Piuttosto, da quelle parti succede una cosa assai strana: i malati stanno tutti fuori dagli ospedali. "Forse perché gli ingressi non sono ben segnalati?" Questa e' una giusta obiezione: in effetti molti di loro non sanno ne' leggere ne' scrivere e certamente anche questo rende più difficile il loro ricovero. In realtà il vero motivo e' un altro: non possono permettersi di pagare un'assicurazione che copra le loro spese sanitarie. Altrimenti, non dubitate, il problema verrebbe subito risolto e sarebbero trattati nel migliore dei modi: le cliniche private di Recife splendono di modernità. Altro che paese in via di sviluppo! Il Brasile ha delle strutture da sballo, degne di Beautiful, che, oltretutto, non discriminano nessuno; sono aperte a tutti, a tutti coloro disposti a pagare, ovviamente.
…E chi non lo fa? Peggio per lui.
Rodrigo, per esempio, aveva 9 anni e due genitori contadini, senza una lira. Se avessero pagato, l'antibiotico glielo avrebbero dato di certo. Invece loro non lo hanno fatto e lui e' morto; pensate che sfortuna aveva quel povero ragazzo: così piccolo e già con un'insufficienza renale cronica e una psoriasi. Era proprio un caso complicato: ogni volta che lo dializzavano il suo catetere si sovrainfettava e lo dovevano ricoverare in rianimazione. Per evitare tutto questo tran tran, poiché l'unico letto disponibile era spesso occupato, i medici dell'ospedale pubblico evitavano di fargli la dialisi fino all'ultimo, quando il suo addome sembrava scoppiare e il pericardio mandava un suono proprio sgradevole. Lui non si lamentava gran ché, era proprio un caro ragazzo…gli facevano solamente un po' male i testicoli per via dell'ascite, ma per fortuna, con un azoto alle stelle, questi fastidi non pesano poi così tanto. E' andato all'altro mondo abbastanza presto. Peccato, se i suoi avessero avuto qualche quattrino in più lui forse ora sarebbe ancora vivo; dopo tutto la psoriasi non e' così impossibile da curare e gli ospedali privati della città hanno tante macchine per la dialisi, sempre inutilizzate. Quello pubblico dove e' stato ricoverato il povero Rodrigo, invece, ne ha solo due: due per più di 200 bambini. Del resto, in Brasile, non hanno mica paura delle riforme e della modernità come da noi. La sanità e' un peso per lo Stato? Ovviamente sì. E loro cosa fanno? Non la finanziano. Oltretutto i cittadini Brasiliani pagano solo circa il 20% di tasse, mica il 40, come in Italia, dove ci facciamo derubare come dei polli dai nostri politici.
Dopotutto, il sistema funziona abbastanza bene anche lì. L'ospedale in cui sono stata io, per esempio, ha un bacino d'utenza di qualche milione di abitanti, sparsi per un raggio di centinaia di chilometri nella campagna circostante. E' una cosa molto utile, questa. Così solo i migliori arrivano al reparto; gli altri, che hanno meno possibilità di guarire, vengono eliminati già in partenza. E' una specie di triage allargato, un po' sommario ma molto efficace nel ridurre le spese.
Le stanze, poi, sono belle grandi: contengono dagli otto ai dieci letti, più le sedie per le madri. Le signore, così, possono dormire sempre accanto alle loro creature.
La madre della piccola Victoria, per esempio, dormiva sulla sua sedia da tre settimane. A casa aveva altri quattro bambini piccoli che l'aspettavano, ma lei non poteva assolutamente staccarsi da quella poltrona. Chi avrebbe mantenuto la sua famiglia, se il marito l'avesse sostituita? Là non si può certo assentarsi dal posto di lavoro per motivi familiari…sarebbe troppo comoda la vita! Altroché, gli imprenditori brasiliani sanno come far quadrare i conti: devono assumere una ragazza? Le fanno legare le tube (non è uno scherzo: è tutto vero!); un loro dipendente sta a casa perché ha il figlio malato? Lo licenziano senza giusta causa. E intanto il meningocele della piccola Victoria le faceva gonfiare la testa sempre di più, fino a quando il suo corpicino deforme ha smesso di vivere e la sua mamma ha potuto finalmente tornare dal resto della sua prole, a trecento chilometri di distanza.
Ma, del resto, cosa potreste aspettarvi da un paese in cui il 54% della ricchezza nazionale e' in mano al 10% della popolazione, mentre un altro 10% di persone poverissime ne possiede solamente lo 0.6%? Su 155 milioni, 60 sono i milioni di abitanti che vivono nella fatiscenza delle lamiere, senza acqua potabile, ne' servizi o luce elettrica. E solo 4 cittadini su 10, in età lavorativa, sanno leggere e scrivere.
Fare il medico in un contesto simile significa avere ogni giorno a che fare con le conseguenze di un assetto sociale inconcepibile per noi Europei: in Brasile sembra che le lancette dell'orologio siano rimasto ferme nel secolo scorso. Certo, e' vero che le città possiedono shopping center che risplendono delle più note marche alimentari, che le strade pullulano di moderne automobili (si vedono molte più Fiat che in Italia!), e che le partite di pallone possono essere seguite contemporaneamente da 100 milioni di persone, grazie alla televisione. Ma e' come se questa nazione si fosse perfettamente adeguata al primo mondo solamente per quanto riguarda gli aspetti ludici e superflui della vita: televisione, negozi, riviste di moda, concerti, ristoranti, automobili e dischi non hanno niente da invidiare al nostro mondo. Sanità ed istruzione pubblica, tutela del lavoro, organizzazione sindacale e previdenza pensionistica non esistono e, laddove sono presenti leggi che tutelano i cittadini, la loro costante inapplicazione le svuota di significato.
I Brasiliani, ad esempio, pagano, in percentuale, tutti le stesse tasse: non hanno ancora introdotto il meccanismo della progressività del carico fiscale, che nel nostro paese (fino alla prossima riforma del professor Tremonti) obbliga il cittadino a pagare tasse pari ad una percentuale variabile del suo reddito, che va dal 18% al 43%, in base alla sua ricchezza. I Brasiliani non sono obbligati a mandare i loro figli a scuola; se sono poveri non devono pagare, ma nessuno controlla che i loro bambini ricevano la benché minima educazione. Oltretutto, le scuole pubbliche sono così disastrate che chi non si può permettere di pagare un'istruzione privata, e' tagliato fuori in partenza. I Brasiliani non sono tutelati da un Servizio Sanitario Nazionale e nessuno, al di fuori dei pochi programmi statali di educazione e prevenzione, si incarica di vaccinare i loro bambini.
Tutto questo per dire che in Brasile lo Stato non esiste; non esiste ciò è nessuna istituzione pubblica che assicuri un'equa ripartizione della ricchezza e che si faccia garante dei diritti naturali dell'individuo. In questo paese dotato di grandi ricchezze e di grandi capitali, vige ancora la legge del più forte: "Homo homini lupus", lo sappiamo anche noi. Ma qui non c'e' nessun patto sociale in vista.
Aver frequentato per un mese l'Istituto Materno Infantil do Pernambuco e' stata un'esperienza formidabile, per la quale sono molto grata al SISM; si e' trattato di un mese intenso e scioccante, in cui ho riflettuto molto e, sopratutto, in cui ho capito una cosa fondamentale: prima che in ospedale, i malati si curano in parlamento. Per quanto efficace possa essere un antibiotico di ultima generazione, l'intervento terapeutico di un clinico non può nulla quando la realtà sociale del paese dove opera e' compromessa come quella brasiliana. In una città dove i bambini delle favelas vivono in palafitte erette sulle acque marcescenti delle fogne a cielo aperto, che peso può avere curare una meningite o una salmonellosi? Per quanto possa essere gratificante, e naturalmente doveroso, salvare la vita ad un piccolo essere umano, il medico ha la quasi matematica certezza che il suo paziente, dopo la dimissione, morirà presto: se non sarà per un'altra infezione più violenta, sarà per il colpo di pistola di un militare.
Nel nostro paese i bambini sono sani perché, prima di godere del progresso medico scientifico, hanno dei genitori che possiedono un lavoro adeguatamente retribuito, che conferisce loro la dignità necessaria a provvedere ai bisogni dei figli; i nostri bambini nascono pasciuti e ben formati perché i loro genitori hanno ricevuto un'istruzione che permette loro di programmare le nascite e non costringe le madri ad abortire clandestinamente con il misoprostol (in Brasile l'aborto e' un reato); i nostri bambini stanno bene perché sono tutelati da uno Stato che si accolla l'onere di prevenire le loro malattie vaccinandoli. In Italia siamo talmente abituati a godere dei nostri diritti, che tendiamo a dare la nostra salute per scontata, come se fosse un dato di fatto immutabile, garantito dallo strepitoso progresso tecnologico che la medicina compie ogni giorno. Invece questo non e' vero. Chi tutela la nostra salute non sono solo i camici bianchi, sono prima di tutto i politici, nelle cui mani risiede il potere di distribuire le ricchezze, di incentivare l'efficienza del servizio pubblico o, al contrario, di indebolirlo.
Certo, la differenza tra il nostro paese e il Brasile e' abissale. L'Italia e' molto più ricca del Brasile.Ma e' solo questo che la rende un paese più giusto? Quanto conta, invece, il fatto che l'Europa, dopo secoli di battaglie politiche (anche sanguinose, purtroppo), si sia data un'organizzazione sociale che tutela i diritti di tutti gli uomini, rispetto agli interessi dei più forti? Negli Stai Uniti, la prima potenza mondiale nonché il paese che più spende per la sanità, il tasso di mortalità neonatale supera l'1% e 40 milioni di persone possono morire senza che nessuno li abbia mai curati, semplicemente perché non hanno un portafoglio abbastanza fornito per comprarsi il diritto ad essere curati privatamente. In Italia, dove il pubblico ha ancora un ruolo predominante, i fattori prognostici sfavorevoli che determinano la sopravvivenza al cancro sono legati alla storia naturale della malattia (tempestività diagnostica, età del paziente, etc...); negli USA, invece, sono strettamente correlati al livello economico e al grado di scolarità (Occhio Clinico 2002;3:36). E questo accade perché il nostro e' un sistema basato sull'equità, il loro e' un sistema basato sul profitto.
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